L’Auchan di Casamassima in stato di agitazione.

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Se bastasse un post su Facebook, magari consigliato, due selfie, quattro parole in libertà ed una stretta di mano al lavoratore disperato, avremmo non solo superato lo stato di agitazione dei dipendenti Auchan dal futuro incerto con quel passaggio a favore di Conad (o Margherita), ma tutte le vertenze che in questo momento occupano il tavolo del MISE e quello del Ministero del Lavoro.

Bastava guardarli negli occhi quei lavoratori dipendenti, che diventano di colpo collaboratori nelle comunicazioni ufficiali della nuova azienda, che stamattina lottavano con le bandiere, gli striscioni e i fischietti preceduti in testa dalla loro dignità che qualcuno vorrebbe calpestare togliendoli il lavoro. Questo stamattina agli ingressi Auchan di Casamassima.

Questo il quadro desolante che si presenta ogni qualvolta le aziende chiudono o sono in procinto di chiudere e l’asfalto diventa il luogo ideale, l’unico testimone, per combattere, capire e far capire.

Il mutuo da pagare, i figli da mantenere, le tasse, l’affitto, la famiglia e tutto quel grande poco che il lavoro ti permette, come una cappa venir giù perché la nuova azienda che ti acquista come se tu fossi un sacco di patate, ti dice che se il fatturato non cresce almeno del 20% sarà costretta a licenziarti. Colpevolizzare il lavoratore dipendente, pardon, il collaboratore, perché nonostante si decida di diminuire drasticamente la superficie destinata alla vendita, nonostante le domeniche lavorate compreso il 1° Maggio e il 25 Aprile, non ci riesce proprio a far aumentare il fatturato del nuovo padrone, che sfortunato, come il primo, è destinato a vendere dopo aver speculato persino sui sentimenti più profondi e nobili di quei collaboratori lavoratori dipendenti.

E come peraltro era prevedibile non sono per niente tranquillizzanti le parole e i resoconti dei sindacalisti impegnati stamattina a Roma che cominciano non più a sussurrare ma a gridare attraverso i megafoni che gli esuberi sarebbero, ma la cifra sembra destinata a salire, 3.000 unità in tutta Italia.

Tremila su diciottomila, niente male come inizio.

Ed allora se guerra deve essere, guerra sia.

Lo scotto lo dovranno pagare in termini di tenuta sociale i comuni e quelle amministrazioni locali su cui insistono questi colossi commerciali, che barricandosi dietro l’alibi della mancanza di potere contrattuale si limitano a sterili e non sappiamo quanto sentite attestazioni di solidarietà che con le telecamere accese vengono meglio.

Non è forse vero che questi enormi centri commerciali insistono sui territori comunali alle “dipendenze” dirette dei sindaci?

Non è forse vero che molti centri urbani sono letteralmente morti proprio perché questi elefantiaci esempi di grande distribuzione ne hanno minato le fondamenta?

Non è forse vero che una miriade di negozi di prossimità hanno dovuto abbassare le saracinesche perché sarebbe pressoché impossibile battere la concorrenza sul prezzo del bocconcino o del pane passando dal giubbotto invernale per il figlio che cresce a dismisura?

Non è forse vero che molti di questi paeselli sono conosciuti non per il fantomatico colore scrostato su una parete ma solo perché ospitanti uno di questi colossali centri commerciali?

Ed ora, dopo aver depauperato l’ambiente con tutto quel cemento, dopo aver reso l’aria irrespirabile per tutte quelle marmitte non catalizzate di quei clienti assetati e affamati di saldi, dopo aver distrutto il tessuto non solo sociale ma anche familiare di quei collaboratori lavoratori dipendenti e delle loro e nostre famiglie che quel luogo abitano, vorreste lasciarci le macerie che la disoccupazione porta con se?

Ma veramente vorreste che noi dal nostro piccolissimo mondo potremmo suggerire voi di quali le contromosse da mettere da subito in campo?

Noi quella disperazione in quelle lacrime che facevano fatica a scendere e i volti di quei bambini che non cerano ma che abbracciavano le loro mamme e i loro papà le abbiamo viste.

E voi, le avete viste?

Nel frattempo il parcheggio pieno come se non ci fosse un domani con gli scaffali accessibili e le casse disponibili per quelli che anche oggi a quel paio di mocassini non potevano proprio rinunciare.

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