Un uomo che sapeva fare anche il calciatore.

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Oggi vi racconteremo la storia di uno sportivo, che prima di essere un grande calciatore che tutte le squadre di calcio volevano avere nelle fila, è stato anche un grande uomo.

Nato a Faenza nel 1910, appassionato di lettura, arte e poesia, non disdegnando incontri culturali e visite ai musei, dall’età di 16 anni, entrò di prepotenza nella squadra di calcio della sua città. Le sue caratteristiche tecniche e la sua visione di gioco fecero di lui un calciatore che tutte le squadre pretendevano di avere nella rosa. Nel 1929 la Fiorentina sborsò la bellezza di 10 mila lire (paragonate ad oggi sarebbero all’incirca 13 milioni di euro certamente lontanissimi dagli ingaggi moderni, ma per l’epoca stratosferici), affinché quel giovane calciatore diventasse l’artefice della prima volta in serie A da parte della società viola.

Quel calciatore si chiamava Bruno Neri.

Ma quel mediano che tutti gli amanti del calcio ricordano ancora, il 13 settembre 1931 dà una svolta alla propria vita. Era in programma Fiorentina Admira Vienna come partita inaugurale per il nuovo stadio di Firenze. Quel giorno sugli spalti del Giovanni Berta, progettato da Pier Luigi Nervi a forma di “D” in onore del Duce, avevano trovato posto 12 mila spettatori; in verità la capienza di quello stadio, che in seguito divenne l’Artemio Franchi, era di gran lunga maggiore, ma si aspettava Benito Mussolini ed i lavori furono sospesi.

In tribuna d’onore ci sono tutti gli alti gerarchi fascisti dell’epoca con il podestà fiorentino Della Gherardesca che Mussolini ha invitato.

Le squadre schierate a centro campo prima della partita alzano il braccio per il consueto saluto romano al Duce che tronfio in piedi risponde anch’egli al saluto con il braccio al cielo.

Ma lì, fra quegli 11 uomini schierati in campo, si scorge che Bruno è l’unico che quel braccio non lo alza.

Bruno Neri era antifascista e mai avrebbe compiuto gesti che potessero andare contro i suoi ideali.

Continuò a giocare a pallone, addirittura in nazionale con Meazza, Ferrari e Piola, ma accanto alla passione per il calcio mai abbandonò l’idea per un Paese, l’Italia, liberato dalla morsa del fascismo. Dopo l’armistizio di Cassibile, nel 1943, decide di arruolarsi nelle brigate partigiane assumendo il ruolo di comandante del Battaglione Ravenna con il nome di battaglia Berni.

La guerra, tuttavia, non gli impedisce di continuare a giocare a pallone. Con la maglia del Faenza, nel 1944, partecipa infatti al campionato Alta Italia. Sarà l’ultimo campionato della sua vita. Il 10 luglio di quello stesso anno, dopo uno scontro con i tedeschi avvenuto ad Eremo di Gamogna, sulle montagne dell’Appenino tosco-romagnolo, trova la morte in un conflitto a fuoco.

Questa la storia di Bruno Neri detto “Berni”, il calciatore partigiano, che oltre il calcio amava la libertà.

Una targa ne ricorda il sacrificio.

 

 

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