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La cena risolutiva.

Siamo entrati in possesso della foto che da alcuni giorni sta circolando  sul circuito whatsapp di alcuni pochi eletti.

In un sottoscala, al riparo da occhi e orecchie indiscrete, si è tenuta una cena a cui hanno partecipato personalità di alto rango sociale, culturale, politico e manifatturiero per discutere sul futuro prossimo venturo del paesello.

Sulla foto, in primo piano sulla destra, un tavolo con una tovaglia rosa shocking. Una bottiglia di acqua vuota, qualche bicchiere di plastica trasparente e una bottiglia ancora non stappata di birra fanno bella mostra di sé.

Sulla sinistra, alla parete, un grande specchio e sotto due sedie con dei cuscini gialli. Sullo sfondo campeggia sul muro, giallo anche’esso, una grande scritta colorata che ricorda il nome della futura alleanza. In primo piano un gruppo di persone, molto conosciute al paesello, che posano beate e tranquille dopo una cena luculliana dove l’ha fatta da padrone un vinello rosso niente male che solo Trump ha avuto la fortuna di assaggiare che aiutava quella degustazione senza uguali delle squisite bombette di Cisternino.

I sedici presenti, gaudenti come se tutti i problemi della vita fossero stati risolti, ridono giocosi mentre qualcuno sorride triste.

Tra di loro il certamente futuro sindaco del paesello e la futura giunta al completo.

Il trio piegato sulle gambe in primissimo piano è quello, però, più inquietante.

All’estrema destra il più inconcludente di tutti che, con la mano in tasca, cerca conforto da quello che gli sta accanto.

Al centro tre figure che rappresentano le professioni del paesello a sud est chiamate a risolvere le mille contraddizioni.

La quadra finalmente è arrivata e tra poco non ci sarà più trippa per gatti per nessuno. I candidati tutti possono ritirarsi a vita privata.

Siete stati avvisati.

P.S.
Diffidate delle informazione prive di riscontro propagandate nell’etere mentre ci si aggira fra mobiletti e porta tè che non bisogna fare tanti chilometri per ammirare visto che sono qui a un tiro di schioppo.

 

 

Rocco Bagalà, l’uomo solo al comando.

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Gennaio volge al termine. Tra undici mesi sarà di nuovo Natale e Casamassima monterà il suo albero in piazza.

Il paesello, scarsamente illuminato da quella candela di buon senso, in sordina per i più, affila le armi per una campagna elettorale, quella per le amministrative che, passato il 4 marzo, si scatenerà senza esclusione di colpi.

E così, mentre Giuseppe Nitti, nonostante le inevitabili prime defezioni all’interno del suo fortino dorato, cerca di ampliare la coalizione anche con candidature dall’alto peso specifico ed Agostino Mirizio affina l’aggregazione al fine di presentarsi in forma smagliante, Antonello Caravella, ormai in orbita sulle stelle, troppo lontane per essere viste, nicchia e spera nell’impossibile.

Ma quello che indaffarato potreste incontrare ad ogni angolo di strada magari ad intrattenere rapporti anche con il signor Nessuno, è il segretario cittadino del PD che risponde al nome di Rocco Bagalà. A chi non sarà capitato di incontrarlo, di giorno o di notte differenza non fa, mentre sempre più pensieroso cerca di districarsi fra i meandri della politica paesana alla ricerca di una quadra che tarda ad arrivare. Gli incontri non si contano più, come le cene, le telefonate e i messaggini che tengono occupati quei pensieri che pace non danno.

Messa da parte la possibile alleanza con Autonomia Cittadina, che in caso di riuscita avrebbe spaccato in due il partito, come se non fosse già spaccato di suo, il partito, il nostro Rocco si aggira solo soletto, accompagnato qualche volta dal fedele nei secoli Andrea Palmieri, per i viottoli della politica cercando il sentiero smarrito.

Ma che fare?

E facciamola qualche ipotesi.

La speranza Vito De Tommaso, ventilata da queste pagine, che avrebbe visto il grande vecchio tornare in auge, ma osteggiata da parte del PD, partito che il professore avrebbe cercato di non far sprofondare nel dimenticatoio, sembra non abbia trovato consensi sufficienti. I dinieghi dell’ex seminarista, in risposta a quella mancanza di convinzione da parte degli organi dirigenti del suo partito per immolarsi alla causa, sono ad oggi, però, suscettibili di revisione.

Con De Tommaso la possibile vittoria, nonostante gli sfaceli ultimi sarebbe un obbiettivo raggiungibile e bisognerebbe chiudere le porte perché la corsa verso quella coalizione sarebbe per tutti una questione di vita o di morte. Perenne.

Ma che volete da me.

Il PD non ci sente ed il professore continua a fare il nonno.

Ed allora il Partito Democratico, divenuto in queste ore il Partito di Renzi, potrebbe correre da solo con un suo candidato di bandiera che potrebbe essere o lo stesso Bagalà, che si sacrificherebbe per la causa o con il sempre disponibile Vito Cessa che si chiede ancora come mai sindaco non è più. Anche se altri nomi di contorno hanno fatto la loro timida apparizione, il partito, sempre più graniticamente chiuso in se stesso e nella sua boria, li ha cancellati facendoli sparire nel nulla.

Perderebbe sicuramente, ma almeno salverebbe la faccia.

E Liberi e Uguali appena inaugurata dall’ex compagno Massimo D’Alema, che farebbe?

Un’intesa con il PD sarebbe possibile a patto che sia il partito renziano e bagaliano a sostenere una candidatura del movimento di Pietro Grasso. Giacinto Rella si toglierebbe la soddisfazione di vedere i suoi vecchi amici di partito, chiamarli compagni sarebbe un’offesa per Gramsci e Marx, passando da Berlinguer, indaffarati a far campagna elettorale per qualcosa di rosso. Il simbolo.

Potrebbe rivestire il ruolo di sindaco quell’Andrea Azzone referente anche regionale di Liberi e Uguali che arriva sempre al filo di lana senza mai avere il piacere di oltrepassarlo, spezzandolo.

Ma questa alleanza non basterebbe. Mica fanno testimonianza.

Bisogna vincere.

Qualche lista civica locale, denominata dai più tecnica, potrebbe muovere i suoi passi verso una soluzione di questo genere e non escludiamo che passi in avanti se ne stiano facendo.

Ma ancora forse potrebbe non bastare.

Ed ecco la possibile ridiscesa in campo della dott.ssa Nica Ferri che non crediamo possa continuare ad essere solo una semplice spettatrice. Il suo impegno sarebbe giustificato dalla vendetta ancora da consumare, per quell’allontanamento forzato dalla presidenza del consiglio, operato da Giuseppe Nitti con la complicità di Autonomia. In alleanza contro Nitti, il suo acerrimo nemico, politico naturalmente, potrebbe rinverdire la sua voglia di politica attiva.

Anche se per la pediatra, pure la porta di Mirizio si potrebbe aprire. In fondo il nemico da abbattere sarebbe lo stesso. Ma con Mirizio ci sarebbe anche quel Rino Carelli che ha contribuito ad abbattere lei quando era alla presidenza. Mah! Vedremo.

La strada è tanto lunga e dura, ed aggiungiamo tormentata, ma alla fine vedrete che i nostri eroi riusciranno ad asfaltarcela.

Attenti alle cariatidi, però.

In agguato stanno.

 

Pietro Savino “divorzia” da Pinuccio Fortunato.

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Pietro Savino dopo l’esperienza da consigliere comunale nella scorsa consiliatura lascia Autonomia Cittadina.

Ricordiamo che grazie alle dimissioni da consigliere dell’allora non ancora segretario cittadino Pinuccio Fortunato, Savino diventò consigliere comunale a Casamassima.

Difficile capire le ragioni che hanno spinto il colonnello, proprio alla vigilia di una competizione elettorale così combattuta, come si preannuncia la prossima, “divorzi” da Pinuccio Fortunato.

Diversità di vedute? Di strategie?

Non sappiamo al momento se la separazione sia stata consensuale e se vorrà portare in dote le sue 79 preferenze raccolte nelle ultime amministrative del 2015 in altri movimenti o partiti.

 

27 gennaio. Il giorno della corta memoria.

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La storia si ripete.
(Tucidide 460-399 a.c.)

 

Erano le 5 di mattina di sabato 27 gennaio 1945 quando Yakov Vincenko, con la Divisione di Fanteria n. 322 dell’Armata Rossa che operava sul fronte ucraino, entrò nel campo di sterminio di Auschwitz Birkenau.

Aveva 19 anni Yakov. Venti mesi prima era stato ferito nella battaglia di Kurs; quasi due milioni di soldati russi uccisi dai nazisti. Guerra che costò all’URSS di Iosif Stalin oltre 13 milioni di militari morti in guerra.

“Ho passato il primo filo spinato alle 5 di mattina: era buio, sabato 27 gennaio 1945. Non era gelido, solo tracce di neve marcia. La sera prima, nella notte, il combattimento aveva preteso molte vite. Temevo i cecchini lasciati di guardia. Al riparo di un bidone ho visto il maggiore Shapiro, un ebreo russo del gruppo d’assalto della centesima divisione, spalancare un grande cancello. Dall’altra parte un gruppo di vecchi minuti, ma erano bambini, ci ha sorriso. Solo dopo anni ho appreso di aver assistito allo schiudersi dell’ingresso dell’inferno, sotto la scritta “Arbeit macht frei”. Mi sono alzato per avanzare. Ho guardato nel bidone: era colmo di cenere, emergevano frammenti di ossa. Non ho capito che erano resti di chi era stato là dentro”.

“Nell’ombra, avvertii una presenza. Strisciava nel fango, davanti a me. Si voltò e apparve il bianco di occhi enormi, dilatati. Tacemmo: da lontano ci investiva l’eco smorzata degli scoppi. Tra i due, solo io sapevo che erano i colpi dell’artiglieria tedesca in fuga. Pensai ad uno spettro, mi assalì il dubbio di essere stato colpito, magari ucciso. Non sognavo, ero di fronte ad un morto vivente. Dietro a lui, oltre la nebbia scura, intuii decine di altri fantasmi. Ossa mobili, tenute assieme da pelle secca ed invecchiata. L’aria era irrespirabile, un misto di carne bruciata ed escrementi. Ci sorprese la paura di un contagio, la tentazione di scappare. Non sapevo dove fossi sbucato. Un commilitone mi disse che eravamo ad Auschwitz. Abbiamo proseguito, senza una parola”.

Primo Levi, testimone diretto dell’arrivo dei soldati russi dell’Armata Rossa nel campo di Auschwitz, descrisse le sue sensazioni di quel momento ne La tregua:

…Nessuno mai ha potuto meglio di noi cogliere la natura insanabile dell’offesa, che dilaga come un contagio. È stolto pensare che la giustizia umana la estingua. Essa è una inesauribile fonte di male: spezza il corpo e l’anima dei sommersi, li spegne e li rende abietti; risale come infamia sugli oppressori, si perpetua come odio nei superstiti, e pullula in mille modi, contro la stessa volontà di tutti, come sete di vendetta, come cedimento morale, come negazione, come stanchezza, come rinuncia.

Queste cose, allora mal distinte, e avvertite dai più solo come una improvvisa ondata di fatica mortale, accompagnarono per noi la gioia della liberazione. Perciò pochi fra noi corsero incontro ai salvatori, pochi caddero in preghiera.

In quel campo di concentramento, di lavoro e di sterminio, furono uccisi fra mendicanti, politici dissidenti, emigranti, rom e Sinti, prostitute, omosessuali, testimoni di Geova ed ebrei, da 1 a 4 milioni di esseri umani. Trovarono la morte anche molte centinaia di bambini che erano portati direttamente nelle camere a gas appena scendevano dai treni della deportazione.

Anche l’Italia fascista di Mussolini si rese responsabile di quelle morti.

La guerra d’Etiopia (1935-1936) rappresentò per l’Italia la strada che conduceva al razzismo. L’aggressione e poi l’annessione di quel paese portarono il regime fascista a sviluppare l’idea che bisognava evitare il rischio di avere una popolazione di meticci, cioè di persone nate dall’unione tra italiani bianchi e africani neri.

Da qui nacquero le prime norme di stampo razzista che vietavano possibili matrimoni tra bianchi e neri. Bastarono solo pochi mesi per trasformare il razzismo nei confronti dei neri in antisemitismo, odio nei confronti degli ebrei. Si abbracciò così la politica della Russia pre rivoluzionaria agli zar e quella della Germania hitleriana.

Nel 1938 iniziò in Italia una dura campagna antisemita che portò il regime fascista a promulgare tra settembre e novembre le leggi razziali.

Gli italiani erano “ariani” e gli ebrei non erano mai stati italiani.

A partire da quel momento, gli ebrei italiani non poterono più lavorare nelle amministrazioni pubbliche, insegnare o studiare nelle scuole e università italiane, far parte dell’esercito, gestire attività economiche e commerciali che il fascismo giudicava “strategiche” per la nazione. Fu un decreto a firma di Benito Mussolini del 4 settembre 1940 che istituì anche in Italia i primi 43 campi di internamento. Non furono rinchiusi solo ebrei italiani, ma anche quelli di passaggio nel nostro Paese e cittadini stranieri non graditi al regime compresi gli zingari, gli apolidi e naturalmente gli omosessuali. Anche per tutti quelli che manifestavano contro il fascismo si aprirono i cancelli dei lager italiani.

Di anno in anno le misure contro i prigionieri diventarono sempre più dure, fino al 1943, quando l’occupazione tedesca dell’Italia del centro-nord diventò una tragedia anche per gli ebrei italiani, molti dei quali finirono nei campi di concentramento e di sterminio.

Se non vogliamo violentare la storia le responsabilità anche dell’Italia appaiono tutte nella loro crudele ed insensata violenza e a quelli che oggi, con arrogante saccenza condita da smisurata ignoranza e colpevole mistificazione vorrebbero far passare le legge razziali del fascista Benito Mussolini come un semplice errore di percorso ricordiamo che favorirono enormemente l’ignobile lavoro dei carnefici delle SS.

Ideate e scritte di pugno da Mussolini, trovarono a tutti i livelli delle istituzioni, della politica, della cultura e della società italiana connivenze, complicità, turpi convenienze, indifferenza. Quella stessa indifferenza, come ha sovente sottolineato la senatrice Segre, che rappresenta l’atteggiamento più insidioso e gravido di pericoli.

Sorprende sentir dire, ancora oggi, da qualche parte, che il Fascismo ebbe alcuni meriti, ma fece due gravi errori: le leggi razziali e l’entrata in guerra. Si tratta di un’affermazione gravemente sbagliata e inaccettabile, da respingere con determinazione. Perché razzismo e guerra non furono deviazioni o episodi rispetto al suo modo di pensare, ma diretta e inevitabile conseguenza. Volontà di dominio e di conquista, esaltazione della violenza, retorica bellicistica, sopraffazione e autoritarismo, supremazia razziale, intervento in guerra contro uno schieramento che sembrava prossimo alla sconfitta, furono diverse facce dello stesso prisma.

(Sergio Mattarella)

Ed oggi rimane di quegli anni, di quell’eccidio, di quel crimine contro l’umanità un rigurgito vergognosamente attuale di fascismi e nazifascismi che si aggirano non solo in Italia e in Europa, ma nel mondo intero.

E come se non bastasse i figli di Israele, terra promessa concessa dagli “occidentali” sulle sponde dell’Africa a quei bambini  che da quei campi di concentramento vivi son tornati, mentre permettono che un terzo dei sopravvissuti ai lager nazisti (60.000) muoiano in assoluta povertà stanno, proprio loro, diventando i carnefici di un altro popolo.

La pulizia etnica nei confronti della popolazione arabo palestinese da parte non solo delle milizie israeliane, vecchio nodo di politica internazionale mai volutamente risolto, quasi nell’indifferenza generale continua a mietere vittime colpevoli solo di occupare una terra da millenni nella loro completa disponibilità. I soprusi e le violenze che ogni giorno si consumano su quei territori hanno dell’incredibile passando da una inumanità senza uguali. Anche gli USA, il popolo imperialista per eccellenza, con la decisione di spostare l’ambasciata a Gerusalemme, butta benzina sul fuoco alimentando l’odio di Israele nei confronti dei Palestinesi.

L’opera di Vik, Vittorio Arrigoni, mai morto per le coscienze libere di tutto il mondo, è la testimonianza a noi più vicina di cosa significhi realmente la politica genocida di Israele nei confronti della Palestina.

La shoah (tempesta devastante) che indica lo sterminio del popolo ebraico durante il secondo conflitto mondiale, sembra non abbia insegnato nulla e che i sopravvissuti all’olocausto la tengano in vita per l’eternità.

Ci piacerebbe credere che in quei forni crematori non si sia consumata anche l’ultima speranza di umanità.

Restiamo umani, soleva dire Arrigoni.

 

La mafia è una montagna di merda. Giovanni Impastato, il fratello di Peppino, ospite a Casamassima.

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Ha con serenità e forza d’animo smisurata sopportato decisioni che lo portavano verso pericoli  e rischi che sono costati immani sacrifici, sino a quello ultimo di immolarsi, per difendere senza riguardo alcuno la sua sete di giustizia: questo è Peppino Impastato.

La notizia che immediatamente rimbalzò, letta su un trafiletto di un giornale che ricordo ancora, raccontava di un attivista di Democrazia Proletaria, formazione politica di sinistra, che «moriva suicida» armeggiando con esplosivi mentre preparava un attentato dinamitardo su una tratta ferroviaria a Cinisi, in Sicilia.

Le informazioni erano scarne e frammentarie. Quello stesso giorno, 9 maggio 1978, veniva ritrovato il cadavere di Aldo Moro rapito e in seguito giustiziato dalle Brigate Rosse ed i giornali, i telegiornali e l’informazione tutta non avevano tempo e forse la voglia, di raccontare quanto nella Sicilia di quegli anni accadeva.

Ma per molti quella morte apparve subito un assassinio di mafia e la dimostrazione si ebbe dalle centinaia di donne e uomini liberi che parteciparono ai funerali di quel giovane siciliano, così barbaramente fatto tacere per sempre. E forse anche quei pugni chiusi al cielo, quei fiori sulla strada al passaggio di quel feretro e quei volti segnati dalla rabbia ma mai dalla rassegnazione, aiutarono quella mamma, Felicia Bartolotta, distrutta dal dolore, ad intraprendere una battaglia ed una guerra legale di giustizia per arrivare finalmente alla verità.

Peppino Impastato, suo figlio, era stato selvaggiamente assassinato per mano mafiosa armata da Gaetano Badalmenti, uno dei capi indiscussi della mafia in quell’isola.

Nel 1977 Peppino, un giovane ventinovenne, con un gruppo di amici e compagni, inaugurava in un paese ad una ventina di chilometri da Palermo, Terrasini, Radio Aut, ricevibile sui 98.800 MHz. Da un anno la Corte Costituzionale aveva liberalizzato l’etere e cominciavano a nascere in varie parti d’Italia le cosiddette radio libere. Peppino Impastato su Radio Aut mette in atto Onda Pazza e Mafiopoli, trasmissioni che in maniera sarcastica ed  irriverente parlano della politica del momento e della mafiosità e dei mafiosi.

L’indole ribelle del giovane di Cinisi indusse il padre, mafioso anch’egli, addirittura a scacciarlo di casa perché la politica e la mafia non potevano essere sbeffeggiate e ridicolizzate per le atrocità che mettevano in campo così come Peppino faceva con le sue continue denunce durante i suoi comizi o in radio. E fu per questo che la mafia decise che quella voce non poteva più gridare impunemente La mafia è una montagna di merda.

Oggi rimane il fratello di Peppino, Giovanni, a ricordare quei momenti, quella storia triste ma di primaria importanza non solo per il riscatto della Sicilia, ma dell’intero Paese circondato ancora, però, dalla mafiosità che dismessi i panni degli uomini vestiti di nero con la coppola calata sugli occhi ed armati di lupara pronti a colpire la libertà e l’AUTodeterminazione, oggi indossando la camicia bianca o il tailleur occupano gli uffici, le grandi imprese, le istituzioni: ha imparato a parlare un forbito italiano, la mafia, e quando colpisce ha capito che ci sono altre possibilità per distruggere il dissenso: non solo un colpo di pistola in testa.

Ed oggi ho rivisto Peppino in quella palestra auditorium del Majorana di Casamassima.

Peppino oggi era lì e lo si poteva scorgere in quei volti non imbruttiti dalla vita, in quegli sguardi vispi, allegri, candidi e riflessivi di quelle bambine e di quei bambini che ci hanno insegnato l’impegno civile per la libertà e  la giustizia.

Un grazie a Giovanni Impastato per le sue parole e per la sua testimonianza, un grazie alla Scuola Rodari che ha organizzato l’incontro, un grazie ad Adele Nicassio, un grazie a Nicoletta Lilli ed un grazie a Domenico Locorotondo per la lezione di vita impartita a tutti noi oggi.

 

 

Massimo D’Alema a Casamassima.

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Solo un vento gelido siberiano ad accogliere fra le sue braccia, venerdì 19 gennaio anno domini 2018, il presidente, il leader massimo da anni immemori protagonista della politica italiana che risponde al nome di Massimo D’Alema.

Bisognava inaugurare la nuova realtà politica del paesello, quell’Articolo 1 Movimento Democratico e Progressista che, nato dalle ceneri di una parte del PD, anche qui a Casamassima muove i suoi primi passi.

Gli addetti ai lavori erano tutti presenti, allorquando alle 17.15, con un leggero ritardo, in Piazza, precedute da un’auto dei Carabinieri le due macchine della scorta con tanto di lampeggiante blu, consegnavano ai convenuti i baffetti di D’Alema.

Quel primo abbraccio troppo veloce pure per l’obbiettivo più irriverente della serata è stato con il grande vecchio professor Vito De Tommaso. E quel saluto inatteso ma sentito ci ha fatto venire alla memoria quella foto scattata sotto al palco a maggio del 2003.

Era la volta in cui Vito De Tommaso, con una coalizione a guida DS, una delle tante metamorfosi del PD una volta PCI, insieme alla Margherita riuscì a spuntarla, per duecento voti, su Antonio Lucio Episcopo che guidava una coalizione formata da Alleanza Nazionale e Forza Italia.

Quella volta tentarono la strada che portava alla fascia, senza successo, anche Romualdo Ferri (UDC e Socialisti Autonomisti), Massimo Tripoli  con Nuovo Sud e Franco Massaro per il Partito della Rifondazione Comunista.

Alla fine, come nelle migliori storie d’amore che si rispettino, tutti insieme appassionatamente si videro i DS, i Socialisti Autonomisti, quelli dello SDI, il Nuovo Sud e i Margherita a governare dando inizio a quello che tutti ricordano come il 1° De Tommaso.

Ma oggi non siamo più nel 2003 ed ere geologiche politiche sono trascorse e con esse cambiamenti che tutto hanno modificato per non far variare nulla.

L’ex comunista D’Alema, divenuto poi socialdemocratico, probabilmente uno dei massimi responsabili della disfatta della Sinistra con un’apertura senza uguali al liberismo senza ostacoli che ha partorito dalle sue viscere quel Renzi che oggi vorrebbe contrastare senza avere più quella credibilità minata anche da quel bombardamento su Belgrado del 1999, con il placet di Berlusconi, si ripresenta come il nuovo e il possibile competitor non solo del PD, ma anche della destra più retriva e miope degli ultimi decenni.

Solo la politica nazionale, con le imminenti elezioni del 4 marzo, ha caratterizzato i dieci minuti concessi agli infreddoliti presenti che hanno circondato il leader massimo che con la sua sciarpetta blu lo ascoltavano in religioso silenzio. Avremmo avuto voglia di chiedere cosa volesse dire con quel governo del presidente auspicato con l’intervista al Corriere della Sera di qualche giorno fa, ma il freddo e la certezza di aver capito fin troppo bene lo scopo ultimo di Massimo ci hanno fatto desistere dal proposito della polemica.

Ricordiamo che Articolo 1 MDP, insieme a SI di Fratoianni e Vendola con Possibile di Civati hanno dato luogo ad un nuovo soggetto politico, Liberi e Uguali alla cui guida è stato chiamato Pietro Grasso.

Presenti fra gli altri, anche il responsabile cittadino di Forza Italia, Rino Carelli, una delegazione di Autonomia Cittadina guidata da Pinuccio Fortunato con il suo candidato sindaco Giuseppe Nitti, dal PD con il già citato Vito De Tommaso e Rocco Bagalà, da SI di Francesco Matarrese e da quelli che salutavano il D’Alema nazionale con sorrisi a 36 denti  ricordando vecchie campagne elettorali  che sconfitti li vedevano: fra tutti l’avvocato Alessio Nitti.

Ottimi e pensiamo unici credibili padroni di casa Giacinto Rella, Andrea Azzone e Pinuccio Castellano che avranno il compito di cercare di traghettare la sinistra verso porti più sicuri.

Almeno al paesello.

In bocca al lupo.

 

 

Almeno non chiamatela Casa della Salute.

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Che le elezioni politiche ed amministrative siano alle porte e che il PD sia alla canna del gas lo si capisce anche da quella strana intervista a tre organizzata da La voce del Paese e mandata in onda in mondovisione nell’iperspazio cosmico.

Oggetto del contendere la Casa della Salute di Casamassima.

Si continua a parlare stucchevolmente di quell’iter partito 12 anni fa con l’allora sindaco Vito De Tommaso che arando e seminando il campo, avrebbe permesso in seguito, con Vito Cessa divenuto sindaco anch’egli, passando per il Comitato dei Cittadini guidato dal compianto Antonio Busto, che il sogno potesse avverarsi e che parte della ex struttura occupata dal Miulli,  diventasse quella Casa della Salute di cui oggi tutti parlano ma di cui nessuno vede i benefici sbandierati e che ci è costata 3 milioni di euro. Probabilmente non si doveva solo arare e seminare il campo, ma anche annaffiarlo e concimarlo, ma sappiamo come è andata a finire.

Ma, messe da parte le inutili disquisizioni politiche sui meriti messe insieme per racimolare una manciata di voti su di un procedimento che ad oggi solo ulteriori infiltrazioni ha prodotto ed è per questo che si cercano fondi per risanare quanto i 3 milioni di euro non sono riusciti ad affrontare, si continua a parlare di Casa della Salute riempiendosi la bocca.

Ma ascoltando la lunga intervista qualche dubbio ci assale.

Secondo il Ministero della Salute la Casa della Salute è da intendersi come la sede pubblica dove trovano allocazione, in uno stesso spazio fisico, i servizi territoriali che erogano prestazioni sanitarie, ivi compresi gli ambulatori di Medicina Generale e Specialistica ambulatoriale e sociali per una determinata e programmata porzione di popolazione.

Leggendo un comunicato stampa della FIMMG (Federazione Italiana Medici di Famiglia) del 2012 capiamo meglio di che si tratta:

La Casa della Salute è un’organizzazione complessa della medicina del territorio dove i vari operatori, medici di medicina generale, pediatri di libera scelta, specialisti, infermieri, terapisti della riabilitazione e altri insieme offrono ai cittadini la risposta a buona parte dei loro bisogni assistenziali.

È una struttura aperta 24 ore su 24 e sette giorni su sette, grazie alla possibilità di interagire con la continuità assistenziale (guardia medica) e medici del 118 per l’emergenza.

L’allocazione naturale è proprio quella dei presidi sanitari chiusi a seguito della rimodulazione della rete ospedaliera voluta con il piano di rientro.

Ma quali servizi sarebbero erogati ai cittadini attraverso la Casa della Salute?

Tutta l’assistenza primaria: la medicina di famiglia e la pediatria di libera scelta organizzate in ambulatori comuni aperti 12 ore al giorno; la guardia medica così come oggi organizzata; un punto di primo intervento gestito dai medici del 118; le visite specialistiche; un centro prelievi e un piccolo gabinetto radiologico; la tele cardiologia; le spirometrie e tutto ciò che può servire per una completa gestione della cronicità.

Quindi, quella che si dovrebbe aprire a Casamassima, sentendo quanto dichiarano i tre intervistati a La Voce del Paese, non sembra raccontare una “casa della salute”, ma altro. Cosa?

E non ci sembra una puntualizzazione di poco conto.

Quando parliamo di medici di famiglia, 7 ad oggi, a cui dovrebbero aggiungersi anche medici pediatri che attualmente però non sembrano figurare nell’elenco dei medici casamassimesi interessati, che scelgono un modello organizzativo che li vede (almeno 10 stabilirebbero le norme) associati per gestire ambulatori aperti continuamente 12 ore al giorno (8-20) in un’unica sede senza tutti gli altri servizi previsti dal Ministero della Salute, si parla di Centro Polifunzionale Territoriale.

Ed è quello che si vorrebbe dar vita al paesello.

Al posto di numerosi studi medici privati dislocati in vari punti del paesello, al posto di un ex cinema triste, un ex presidio sanitario dismesso pronto ad accoglierli quegli studi medici.

Ed allora, al netto di chi abbia cominciato l’iter politico, tecnico ed amministrativo della faccenda, perché mai gli intervistati non parlano di CPT ma continuano con la più roboante Casa della salute?

Ma l’interrogativo che ci assale maggiormente è un altro.

Nessuno disconosce l’avvio dei lavori da parte del sindaco De Tommaso, ma oggi, a distanza di 12 anni, fra alti e bassi ed anche con l’intervento di un Comitato di Cittadini, la vicenda non accenna a finire ed anche la data fissata per l’apertura della struttura ad inizio 2018 è slittata.

Ed allora vista l’incapacità della politica tutta che non è riuscita a scardinare le abitudini delle decine dei medici di famiglia che popolano l’universo sanitario del paesello, dodici anni sembra un tempo ragionevolmente lungo per convincere i medici di base a mettersi al servizio della collettività tutta come rappresenterebbe una vera Casa della salute, si continua imperterriti a promettere un’apertura che probabilmente mai ci sarà?

E se la smettessimo di prendere in giro la cittadinanza e decidessimo, vista l’insipienza della politica, di utilizzare quelle stanze con spazi destinati alla collettività tutta e di cui il paesello è sprovvisto?

E se la smettessimo ad intervalli quasi regolari ad investire risorse per mantenere in vita una cattedrale nel deserto quale oggi quegli spazi rappresentano?

 

 

Occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio.

Metti che compri un giornale.

Metti che a pagina 3 leggi, sotto la foto di un candidato sindaco, che è lui il candidato sindaco scelto da una coalizione attualmente in lizza per contendersi il seggio di primo cittadino.

Metti che a pagina 4 trovate le dichiarazioni di un rappresentante politico che contesta quella scelta politica fatta da quella coalizione che vorrebbe quello in foto a pagina 3 come candidato sindaco.

Metti che a pagina 5 leggi le dichiarazioni di un segretario di partito che anche lui balbetta qualcosa contro la coalizione di quel sindaco.

Metti che a pagina 6 leggi quanto un ex sindaco di un paesello dica ancora su quel candidato sindaco non gradito, la cui foto sempre a pagina 3 sta.

Metti che a pagina 7 un altro movimento politico certifichi quanto pensi del solito candidato sindaco.

Metti che a pagina 8 la parte più consistente della coalizione che appoggia quel candidato sindaco contesti quanto l’esponente politico dica a pagina 4.

Metti che a pagina 9, sempre sotto la foto che ritrae il  candidato sindaco, lo stesso risponda alle invettive del personaggio politico di pagina 4, dell’ex sindaco di pagina 6 e tralasciando le dichiarazioni del segretario politico di pagina 5, risponda anche al movimento politico di pagina 7.

A pagina 9, naturalmente, finisce la sezione del giornale dedicata alla politica.

Mi chiedo: come ha fatto il candidato sindaco di pagina 3, che risponde a pagina 9 ad obiettare alle critiche che gli sono mosse a pagina 4, a pagina 5, a pagina 6 e a pagina 7 di quel giornale senza averlo letto prima, il giornale?

Che abbia anche il potere di veggente?

Occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio, lo apostroferebbe Lino Banfi.

Tanto tuonò, che piovve.

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E’ bastato solo sussurrare il nome per far uscire dal conclave cardinale chi nottetempo e non visto vi era entrato sperando di uscirne papa.

La probabile e non impossibile candidatura a sindaco di Agostino Mirizio ha fortemente caratterizzato le ultime ore che fra nervosismo, perdita del controllo, telefonate convulse, messaggi, incontri segreti sotto i portoni e i sagrati delle chiese, hanno movimentato una triste e come al solito  patetica e piatta serata invernale che minacciava pioggia e fulmini. Ore convulse che cercano ancora quiete dopo le mille promesse che si sono succedute: non sono bastati gli assessorati, non è bastata la promessa della presidenza del consiglio e neppure la fantasmagorica promessa di commissioni consiliari che nulla valgono per convincere e spostare da lì a qua quella manciata di voti che metterebbe al sicuro le speranze andate in frantumi.

Anche le segrete stanze delle segreterie politiche dei tanti che tentano di barcamenarsi fra alleanze possibili e non, si sono date appuntamento per studiare, vagliare e setacciare una qualche possibilità di riscatto. La certezza di qualche giorno fa si allontana e con essa anche la sicumera  delle alleanze frettolosamente costruite sulla carta e che oggi accusando il colpo, si interrogano.

Sarebbe interessante indagare le ragioni politiche che hanno spinto Autonomia e Civicamente ad imbarcarsi nell’avventura Nitti, ma le lasciamo ai posteri che sapranno meglio di noi valutarne le conseguenze, quelle si, già visibili.

In questo clima sempre più infuocato assumono rilevanza quelle che potranno divenire le posizione del PD cittadino, di Liberi e Uguali e di quella marea di entità politiche non scientificamente incasellabili che, in attesa di partorire una decisone qualche contatto con la coalizione Nitti lo hanno avuto.

Il partito guidato da Rocco Bagalà, (rottamata, forse, la proposta di Vito De Tommaso unico e solo possibile candidato di sintesi con alto potere coagulante), per niente gradito alla coalizione del Nitti, diventato oggi, dopo il proposito di Mirizio di candidarsi a sindaco, un’alleato possibile e strumentalmente ricercato, dovrà sciogliere il nodo se accettare o meno quel richiamo che l’avvocato vorrebbe mettere in atto per tentare di rinforzare la propria coalizione. Messe da parte le precisazioni, le puntualizzazioni e quella ricerca di consenso sul programma, lo si vorrebbe arruolare pur di non perdere malamente e senza gloria. Sarà nelle mani del PD accettare o meno quell’invito a quell’abbraccio ultimo nei confronti di una politica che in questi ultimi due anni lo ha visto soccombere inerme di fronte agli strali che si sono compiuti nei suoi confronti e dei suoi uomini di punta.

Vedremo se in questo partito prevarrà il bene comune o l’occupazione a prescindere e ad ogni costo della seggiola nella stanza dei bottoni.

Quell’intesa, crediamo ben vista dal candidato Nitti che non vuole competere senza vincere, potrebbe trovare nella coalizioni forti dinieghi perché impedirebbe coerentemente, di continuare la strada fin qui intrapresa.

Il correre in solitaria per il PD sarebbe la soluzione più dignitosa che lo metterebbe al riparo da inevitabili attacchi da più fronti che in molti si aspettano di attuare, a meno che non prevalga il riconoscere al Mirizio almeno la caparbietà di provarci.

Liberi e Uguali di Giacinto Rella, esclusa ogni possibilità di dialogo con il PD, non potrebbe essere diversamente motivata l’uscita da quel partito, avrebbe modo di misurarsi e contarsi salvo riconoscere come governo di salute pubblica quello proposto da Mirizio non dando seguito ad un posto all’ombra con Nitti.

Ma anche altri gruppi non specificatamente individuati, che sino a ieri pensavano ad un rilancio in simbiosi con Autonomia e da questa messi in stand by ne avrebbero di motivi per abbandonare quella strada per buttarsi nell’avventura Mirizio oggi il solo in grado di poter contrastare le velleità del giovane avvocato penalista.

Staremo a vedere nelle prossime ore cosa potrà succedere.
Nel frattempo anche le caselle di posta elettronica sembrano intasate.

 

 

Agostino Mirizio, candidato sindaco.

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Potrebbe essere Agostino Mirizio, 41 anni, tributarista, fra pochi giorni padre per la seconda volta, il candidato ideale che risponderà alle pretese di Giuseppe Nitti  di diventare sindaco.

Indiscrezioni non confermate porterebbero a ritenere Rino Carelli, Gino Petroni e Pino Gengo sostenitori, fra gli altri, della candidatura di Mirizio.

E così al M5S che ricandida il solito Antonello Caravella che non demorde, a Lorenzo Ronghi di Insieme per Casamassima e Giuseppe Nitti suffragato da Pinuccio Fortunato, anche Agostino Mirizio farà parte della partita che oggi vedrebbe al paesello già 4 candidati sindaco.

 

 

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