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Morire è un mestiere difficile.

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Due ore prima di morire Abd al-Latit al-Sàlim guardò suo figlio Bulbul dritto negli occhi, come per per strappargli una promessa solenne, e con le poche forze che ancora gli restavano gli ricordò il suo desiderio di essere seppellito nel cimitero di Annabiyya, il suo paese natale.

E visto che il suo unico desiderio di morire almeno dopo aver assaporato la libertà non gli è stato concesso, fa promettere al figlio che almeno il suo corpo possa trovare pace assaporando i vecchi profumi in quel lontano paese natale accanto alla tomba di sua sorella.

Ma in Siria non solo la vita è incomprensibilmente dura, e quanto in questi giorni ci giunge lo conferma, ma anche morire diventa difficile. Dista 400 chilometri Damasco, in mano ad Assad, da Aleppo, paese natale del professor Abd al-Latit al-Sàlim in mano ai ribelli. Basterebbero tre ore per giungere a destinazione ma in un paese in guerra anche le distanze si dilatano a dismisura e dopo giorni e giorni di cammino Bulbul, in compagnia del fratello e della sorella, caricate le spoglie del padre su di un vecchio e sgangherato minibus, comincia il lungo viaggio che tra posti di blocco, check point, villaggi divenuti macerie e strade pericolosissime, con l’odore di un cadavere che con il passare dei giorni diventa sempre più insopportabile, comincia quell’odissea infernale. In un tempo in cui i traditori sono diventati eroi e gli eroi traditori ci si accorge che il corpo morto del padre diventa anche per il fratello Huseyn e la sorella Fatima, motivo per ricordare perché il ricordo è l’unica cosa da fare per chi desidera curare le ferite dei ricordi.

Bulbul che mai nella sua vita ha saputo cogliere l’amore facendosi travolgere dalla corrente capisce di essere anche lui un morto vivente che dopo aver seppellito il padre ritorna come un topo nella sua tana per quell’esistenza inutile.

Leggere questo libro diventa un motivo in più per capire le ragioni di quelle immagini che affollano la nostra distratta informazione sulle migliaia di uomini, donne e bambini che tentano con la disperazione negli occhi di abbattere quei confini di filo spinato che li potrebbero restituire una esistenza umana.

Khaled Khalifa (Aleppo, 1964) è un intellettuale, scrittore e poeta siriano. Autore di numerose opere letterarie, per il suo lavoro e le sue posizioni di dissidenza rispetto al regime è stato costretto a lasciare la Siria, dopo essere stato sequestrato e ferito dalle forze di polizia. Vincitore di numerosi riconoscimenti nel mondo arabo e a livello internazionale, è autore di diversi romanzi.

Il coronavirus ci fa (ri)scoprire l’educazione.

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Oramai non si parla d’altro. Anche le chiacchiere da bar, lasciando da parte quelle gambe da urlo che ogni mattina si affacciano al bancone per quel cappuccino macchiato chiaro, hanno come unico e solo argomento quello strano virus venuto dall’altra parte del mondo e che oggi un Brambilla qualsiasi in doppio petto blue si è preso la briga di trasmettere in tutto il regno Lombardo Veneto.

Prima il nord!

E così, dimenticate le centinaia e forse migliaia, ma sono milioni in realtà, di morti giornaliere per l’influenza «normale», o per i tumori del sistema linfoemopoietico, dello stomaco, del fegato, melanoma e altri tumori maligni della cute, mammella, utero, tiroide e leucemia, linfoide e linfoblastica acuta che affliggono Taranto e la cosiddetta Terra dei Fuochi passando per quelli morti a causa della mancanza di cibo, tutta la nostra attenzione è riuscire a capire come diavolo si faccia, nel 2020, a vivere senza avere almeno una confezione di amuchina in casa che per lavarsi le mani non se può fare a meno.

E sperando di scoprire che il virus con gli occhi a mandorla a cui piace sorseggiare la birra si decida una buona volta a colpire i bambini e quelli che non hanno risvolti pregressi nella loro anamnesi, le nostre giornate passano uguali una dopo l’altra, sbattuti sul divano, rintanati in casa, ma solo dopo aver saccheggiato il supermercato sotto casa rigorosamente indossando la mascherina, con il telecomando in mano per ricercare qua e là la notizia catastrofica che più ci piace.

Ed appare del tutto irrilevante sapere che, tralasciando tutte le altre percentuali che ricordano tanto i prefissi telefonici, solo il 14,8% degli anziani che superano gli 80 anni di età potrebbero non avere gli “anticorpi” necessari per debellare il male oscuro, perché ormai gli untori della psicosi collettiva hanno rotto l’incantesimo in cui ognuno di noi viveva e che gli faceva credere che quelli con il barcone venivano tutti di qua per trovare pezzi di ricambio per il proprio smartphone.

E così, dopo aver rotto in testa la bottiglia al cinese che in quanto cinese quel virus per forza deve averlo e dopo aver preso a schiaffi la moglie di Brambilla che un colpo di tosse aveva fatto in pubblico, non ci resta che convivere con questo nuovo amico che si annida in quelle goccioline di saliva che senza la maschera ti entra in circolo e ti distrugge isolandoti.

Ma oltre queste nefandezze che solo Manzoni è riuscito a descrivere alla perfezione anche se mai le ha vissute, dobbiamo riconoscere che il coronavirus ha fatto rinascere in tutti noi, specie in quelli che ne avevano smarrito la strada, le regole della buona creanza e dell’educazione finalmente ritrovata.

Avrete notato certamente che sono diminuite in maniera esponenziale le strette di mano; quel contatto, a volte untuoso e molliccio che affollava le nostre giornate con quell’incontro improvviso in piazza o alla posta, si è svuotato di quell’inutile orpello che vedeva le mani congiungersi. Ed accanto alla stretta di mano, scomparsa persino in chiesa allorquando il prete sentenziava «scambiatevi un segno di pace», è scomparso del tutto anche il canonico bacetto giudesco, ora a destra e ora a sinistra, che tanto meridionale fa il nostro modo di vivere.

Qui al sud!

Anche conservando mediamente i due metri di distanza e anche di più dal nostro interlocutore che ancora senza mascherina si presenta all’appuntamento, abbiamo messo in atto finalmente quella forma di educazione che impone la distanza come quella che dovremmo alla regina Elisabetta se un giorno Boris Johnson ci desse la possibilità di tornare in England.

Ma la goduria che anche i ricci in calore schiacciati con il sederino dei sovranisti stanno vivendo in questi giorni è che quel ticchettio ripetuto e costante ora sulla spalla, ora sul petto, ora sul braccio che quell’antipatico di mio cognato Trombetta mi fa continuamente ogni qualvolta un fatto mi deve raccontare, è morto e sepolto.

(Clicca sull’immagine per vedere che combina mio cognato Trombetta quando mi parla)

Ma la distanza finalmente riconquistata la stanno assaporando anche i clienti che, come se non bastassero i pettegolezzi che il barbiere di fiducia dispensa ogni qualvolta il ciuffo dobbiamo raddrizzare, ci alita dentro l’orecchio quello che la badante ungherese si inventa quando il “vecchio” in campagna va.

(Il barbiere al tempo del coronavirus)

Non sappiamo se, causa inattività forzosa da virus girovago, anche le attività di coppia siano state compromesse. A questo proposito, zia Rosetta, che di anni ne ha 95 e che il vaccino contro l’influenza, almeno quello, lo ha regolarmente fatto anche quest’anno, chiamata per un consiglio mi ha inviato via uozapp una foto che la ritrae con la mascherina quando aspettava il combare che il pastore faceva di professione.

(Zia Rosetta che consiglia alle donne di indossare sempre la mascherina, anche in quei momenti lì, al tempo del corona virus)

(Qui Zio Minguccio che non ha capito ancora che tipo di mascherina mettere)

Per concludere, che dire: siamo oltre 7 miliardi su questa Terra, ma se continuiamo così c’è ne vorrà di tempo ……..

Giuseppe Nitti: assalto francese e ritirata spagnola?

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Per l’adozione della ‘Carta di Pisa’ non serve una seduta di consiglio comunale, ma semplicemente un provvedimento del sindaco o della giunta. Sono trascorsi più di 3 mesi dall’insediamento del sindaco e nessuna iniziativa seria è stata attivata al fine di adottare ufficialmente la ‘Carta di Pisa’”.

Era il 1° dicembre del 2015 quando Giuseppe Nitti, un consigliere comunale di un paesello di provincia a sud est la grande metropoli, vibrava le sue dichiarazioni alla stampa.

La ‘Carta di Pisa’ – specificava sempre l’allora consigliere Nitti – è stata integrata nel 2014 da ‘La Carta di avviso pubblico’, documento che rappresenta un codice etico di comportamento trasversale che integra la ‘Carta di Pisa’ con gli ultimi provvedimenti normativi antimafia e anticorruzione”.

E visto che l’allora sindaco Vito Cessa, e la giunta, non ci avevano ancora pensato era lui che, inforcati gli occhiali, imbracciata la penna e cavalcato la carta, aveva provveduto a formalizzare la richiesta da presentare in consiglio comunale per inchiodare alle proprie responsabilità (politiche, naturalmente) il sindaco e la sua amministrazione “imponendo” l’adesione a quel codice etico baluardo al clientelismo e al conflitto di interessi per una politica pulita e trasparente.

Oggi che di mesi ne sono trascorsi venti da quando quel consigliere di provincia è riuscito a portare la fascia, cosa è successo all’homo politicus Giuseppe Nitti tanto da fargli credere che quanto professava e dichiarava a proposito di una politica pulita che tenesse fuori il malaffare siano diventate solo uno sbiadito ricordo? Quali i motivi di questa metamorfosi che da unico e solo protagonista della liceità lo inducono a traccheggiare sulla necessità di aderire a quel documento etico per una politica pulita e trasparente contro il clientelismo, il conflitto di interessi e le regalie?

E così, nonostante di sollecitazioni ne abbia ricevute parecchie (vedi le due interrogazioni-interpellanze di Palmieri), sentendosi probabilmente l’unico garante insindacabile e riconoscibile ed unico responsabile per gli atti dei suoi assessori, della sua maggioranza, dell’intero consiglio comunale, rimane perplesso e non propenso ad aderire ad una serie di norme che impegnano non solo i Comuni, come nel nostro caso, ma anche le Provincie e le Regioni, nel diffondere i valori della legalità e della democrazia.

Ed è per questo che Andrea Palmieri, PD, Antonello Caravella e Giuseppe Patrono, M5S, Nicola Guerra, Gruppo Misto, Monica Portaccio ed Agostino Mirizio FI – FdI, hanno congiuntamente presentato una mozione affinché i dettami di Avviso Pubblico (Carta di Pisa) approdino in consiglio comunale per far conoscere finalmente a tutti che posizione vorrà assumere il sindaco, i suoi assessori e la sua maggioranza di governo cittadino quando si parla di legalità e di rispetto delle regole che tengano il malaffare alla porta.

Considerato che in vaste zone del paese, scrivono i sottoscrittori della mozione, un vero e proprio “contropotere” criminale si oppone alla legalità democratica, che l’influenza delle organizzazioni criminali non è più limitata alle tradizionali zone d’insediamento, che il Coordinamento della Rete di Avviso Pubblico in modo esplicito, lancia l’allarme rispetto alla necessità di “fermare l’assalto delle mafie ai Comuni Pugliesi”, che il territorio di Casamassima non è esente dalla presenza della criminalità organizzata, più volte colpita da numerose operazioni delle Forze dell’Ordine e dalle confische di beni appartenenti ai clan, che le mafie non sono dunque solo un problema di ordine pubblico, né costituiscono un pericolo solo per le regioni meridionali e riconoscendo che all’interno delle istituzioni le amministratrici e gli amministratori collocano il bene comune al di sopra delle proprie posizioni si chiede di aderire all’Associazione di Avviso Pubblico.

Anche il Presidio Libera di Casamassima, rappresentata a livello nazionale da Don Ciotti ed a livello cittadino da Nicoletta Lilli, attraverso una lettera pubblica indirizzata al sindaco, agli assessori e ai consiglieri comunali, affermando che per rafforzare la cultura della legalità ed il perseguimento del bene comune sia indispensabile promuovere la legalità e la trasparenza negli enti locali con una gestione virtuosa degli appalti e degli incarichi pubblici attraverso la gestione virtuosa di ogni altra attività amministrativa, chiedono che anche Casamassima, così come hanno già fatto molti comuni della provincia, Adelfia, Acquaviva delle Fonti, Bitritto, Bitonto, Capurso, Gioia del Colle e Giovinazzo voglia prendere in seria considerazione la possibilità di aderire alla rete di Avviso Pubblico e di adottare tutti gli atti conseguenti.

Nel frattempo oggi, a Cellamare, Puglia sotto tiro – Fermiamo l’assalto delle mafie ai comuni pugliesi, un incontro pubblico per testimoniare la lotta alle varie mafie che inquinano la convivenza civile.

In copertina il post Facebook di Giuseppe Nitti del 1° dicembre 2015 in cui annuncia l’approdo di Avviso Pubblico in consiglio comunale.

Scuola Marconi: una buona notizia.

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Come avevamo avuto modo di informarvi, da lunedì 10 febbraio, il dirigente scolastico del Circolo Didattico G. Marconi, Prof. Francesco Mario Pio Damiani, aveva inibito l’utilizzo dell’accesso alla scuola Marconi da Largo Fiera. Quei gradini risultavano decisamente poco sicuri e certamente non idonei per essere utilizzati dalle classi. Ed è per questa ragione che sia l’entrata che l’uscita dei piccoli studenti era stata spostata su via Matteotti (palestra).

Avevamo lanciato un appello a tecnici e professionisti al fine di trovare soluzioni.

E qualcuno ha risposto al nostro appello:

Uno studio tecnico, che vuol rimanere anonimo, ci ha inviato un progetto che prospetta una soluzione che ci sembra, scusate l’enfasi, meraviglioso.

(Questa la vista frontale dell’ingresso di Largo Fiera ri-progettata)

La creazione di una balconata all’altezza del portone conduce sia ai gradini che ad uno scivolo che, in questo modo, rende l’accesso utilizzabile da tutti. Ci sarebbe anche la possibilità per realizzare una copertura in policarbonato per le giornate di pioggia.

(L’ingresso visto da destra con i gradini)

(L’ingresso visto da sinistra con lo scivolo)

(Il progetto in pianta)

Lo studio tecnico ha dichiarato altresì che non richiederebbe nessun compenso professionale né per la progettazione né per la direzione dei lavori. nel caso in cui il comune di Casamassima fosse interessato alla realizzazione dell’opera.

Ma le belle notizie non finiscono qui: un paio di imprese, sempre di Casamassima e che hanno richiesto anch’esse l’anonimato, ci hanno fatto sapere che sarebbero disposte a realizzare le opere necessarie fornendo gratuitamente la manodopera necessaria. Naturalmente il costo dei materiali sarebbe a carico del Comune.

In attesa di conoscere le determinazioni del comune, possiamo affermare che oggi è una bella giornata.

… ed ora tocca lavorare … Le contraddizioni sul RdC.

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Sono milioni le ore da lavorare quale compenso per il Reddito di Cittadinanza che i percettori saranno tenuti ad assicurare alla collettività.

Molti comuni in Italia si stanno attrezzando per utilizzare tali soggetti nei Progetti Utili per la Collettività (PUC) che potranno essere attuati in ambito culturale, sociale, artistico, ambientale, formativo e nella tutela dei beni comuni.

I comuni sono responsabili dei PUC e li possono attuare in collaborazione con altri soggetti (ambito territoriale) utilizzando i beneficiari del RdC nel comune di residenza per almeno 8 ore settimanali aumentabili sino a 16.

Oltre ad un obbligo, i PUC rappresentano per il legislatore un’occasione di inclusione e crescita per il ricevente, perché i progetti saranno strutturati in coerenza con le sue competenze professionali, con quelle acquisite anche in altri contesti ed in base agli interessi e alle propensioni emerse nel corso dei colloqui sostenuti presso il Centro per l’impiego o presso il Servizio sociale del Comune e per la collettività perché i PUC dovranno essere individuati a partire dai bisogni e dalle esigenze della comunità locale e dovranno intendersi come complementari, a supporto e integrazione rispetto alle attività ordinariamente svolte dai Comuni e dagli Enti pubblici coinvolti.

A titolo esemplificativo il Decreto del 22 ottobre 2019, riporta alcuni PUC che potrebbero essere messi in campo dai comuni:

Ambito culturale: supporto nella organizzazione e gestione di manifestazioni ed eventi: le attività possono riguardare la predisposizione e distribuzione di materiale informativo (manifesti, volantini, brochure…), il supporto alla segreteria organizzativa, la semplice messa in opera delle attrezzature, la pulizia degli ambienti, la collaborazione nella rendicontazione; supporto nella apertura di biblioteche, centri di lettura, videoteche: le attività possono riguardare sia il controllo delle sale, il riordino del patrimonio librario compresa la ricopertura dei libri destinati al prestito, del materiale informativo (quotidiani e periodici, riviste, CD) sia l’assistenza informativa agli utenti dei servizi sia il supporto nella apertura con un potenziamento dell’orario e delle attività di custodia e vigilanza; supporto all’organizzazione di momenti di aggregazione ed animazione; catalogazione e digitalizzazione di documenti; distribuzione di materiale informativo sulle attività…

Ambito sociale: attività di supporto domiciliare alle persone anziane e/o con disabilità con il trasporto o l’accompagnamento a servizi sanitari (prelievi, visite mediche), per la spesa e l’attività di relazione, ma anche il recapito della spesa e la consegna di medicinali; piccole manutenzioni domestiche, quali la pulizia straordinaria di ambienti, la tinteggiatura di ambienti e la riparazione di piccoli guasti; supporto nella organizzazione di escursioni e gite per anziani, supporto nella gestione di centri diurni per persone con disabilità e per persone anziane, attività di controllo all’uscita delle scuole, accompagnamento sullo scuolabus degli alunni della scuola infanzia e della scuola primaria, accompagnamento dei minori a scuola in bicicletta o a piedi,… Ambito artistico: supporto nella organizzazione di mostre o nella gestione di strutture museali: le attività possono prevedere, oltre alla predisposizione e distribuzione di materiale informativo ed il supporto alla segreteria organizzativa, la presenza attiva nelle giornate di apertura, con il supporto, previa formazione, al personale dell’Ente o della struttura; catalogazione di patrimonio artistico locale; supporto nella costruzione di piattaforme per la messa in rete di documentazione relativa al patrimonio artistico; accompagnamento nelle visite guidate di monumenti e musei…

Ambiente: riqualificazione di percorsi paesaggistici, supporto nella organizzazione e gestione di giornate per la sensibilizzazione dei temi ambientali, riqualificazione di aree (parchi, aree verdi, litorali, spiagge, luoghi di sosta e transito) mediante la raccolta di rifiuti abbandonati, la pulizia degli ambienti ed il posizionamento di attrezzature; manutenzione e cura di piccole aree verdi e di aree naturalistiche, manutenzione dei percorsi collinari e montani, supporto nella organizzazione di eventi di educazione ambientale, informazione nei quartieri sulla raccolta differenziata…

Ambito formativo: supporto nella organizzazione e gestione di corsi; supporto nella gestione dei doposcuola per tutti gli ordini di istruzione, prevedendo la collaborazione per il supporto agli alunni ed agli studenti sulla base delle competenze acquisite nel corso del percorso scolastico delle persone coinvolte; supporto nella gestione di laboratori professionali, fruendo delle competenze specifiche eventualmente possedute …

Ambito tutela dei beni comuni: manutenzione giochi per bambini nei parchi e nelle aree attrezzate (riparazione, verniciatura), restauro e mantenimento di barriere in muratura e staccionate, pulizia dei cortili scolastici, rimozione di tag e graffiti dagli edifici pubblici e dai luoghi di transito, tinteggiatura di locali scolastici, pulizia e riordino di ambienti …

Ma visto che siamo in Italia dove la segnalazione del barone vige tuttora come regola imperante, chi vigilerà per garantire ai partecipanti il ruolo all’interno di un progetto meno faticoso rispetto ad uno più ingrato?

Fra le mille criticità di questa forma di “assistenzialismo” dovremo aggiungere, nostro malgrado, accanto alle contraddizione in termini di diritto, facilmente riscontrabili all’interno del decreto attuativo, anche la propensione del legislatore a credere , senza alcun dubbio, che i percettori del reddito di cittadinanza siano tutti di bassa scolarizzazione e per questo destinati quasi esclusivamente in lavori che utilizzano mano d’opera spicciola. I laureati, magari con 110 e lode potranno continuare tranquillamente a concorrere, come hanno fatto a Barletta, per un posto da operatore ecologico.

Anche a Casamassima se i dati sui percettori lavoratori fossero confermati, le ore di lavoro “gratuito” potrebbero essere dalle 6 mila alle 12 mila mensili. In Puglia l’ammontare medio del RdC è pari a € 537,23.

Le persone in “esubero” oltre le cose.

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Basterebbe leggere quell’allegato A alla lettera inviata ai sindacati da Conad il 12 febbraio scorso, per accorgersi che la situazione per i dipendenti ormai ex Auchan, (ma non ancora a tutti gli effetti Conad), è decisamente drammatica.

La francese Auchan, con 51 miliardi di fatturato globale, coprendo con 495 milioni le perdite previste per il 2019, cede il controllo a Conad, Francesco Pugliese, e al finanziere Raffaele Mincione, di tutti i punti vendita della Penisola.

Presto si capisce che lo scotto delle perdite e del rilancio di tutti i punti vendita, compreso quello di Casamassima, saranno solo ed unicamente i dipendenti a doverlo pagare per intero. E così il risanamento, questo il termine utilizzato dai vertici Conad per comunicare ai dipendenti tutti le sue intenzioni, dovrà necessariamente passare attraverso la CIGS (cassa integrazione straordinaria) almeno sino al 31 dicembre prossimo e per l’intera forza lavoro addetta al punto vendita ad esclusione dei 23 addetti appartenenti alla struttura di direzione e al reparto parafarmacia.

Che la CIGS, (perdite pubbliche e profitti privati) sia solo il prologo a mobilità volontarie, incentivate e finanche licenziamenti, è la preoccupazione, non solo per i sindacati, ma anche nostra.

Perché mai solo oggi, disertando il tavolo di crisi della Regione Puglia e chiedendo un incontro con le organizzazioni sindacali e non con i vertici aziendali, veri ed unici responsabili delle scelte che ricadono sulla testa dei dipendenti, qualche sindaco distratto a capo di un amministrazione anch’essa sbadata, si accorge come un prete negligente che deve correre con l’acquasantiera al capezzale del moribondo?

(L’allegato A al comunicato CONAD inviato ai sindacati il 12 febbraio scorso)

10 febbraio, Giorno del ricordo.

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Istituito il 30 marzo 2004, governo Berlusconi, su proposta di parlamentari di Alleanza Nazionale, divenuta poi Fratelli d’Italia, Forza Italia, UDC e Margherita, ha assunto sempre più nel tempo, la risposta demagogica e strumentale, al Giorno della memoria del 27 gennaio in cui si commemorano le vittime dell’Olocausto.

Come se, su una bilancia immaginaria della storia che vede il nazifascismo, con la complicità certamente non di secondo piano del fascismo italiano, quale artefice della pulizia etnica attraverso lo sterminio di milioni di persone nei lager e nei forni crematori, ci fosse un contraltare rappresentato dai feroci comunisti jugoslavi, e perché no, anche italiani, che si sono macchiati degli stessi crimini, infoibando centinaia e forse migliaia di persone, solo perché italiani brava gente.

Ma la storia, anche attraverso le ricostruzioni fantasiose della destra sovranista e populista, non può essere ricostruita per raccattare qualche voto in più continuando a fomentare l’odio e la supremazia, perché la storia, se si studiasse realmente senza continuare ad informare attraverso gli slogan gridati sui social, sarebbe come un macigno che impedirebbe ai vari Salvini e Meloni passando da Gasparri, accompagnati dai nuovi fascisti del terzo millennio, di interpretarla a piacimento rappresentando l’unica ed incontrovertibile verità che non può essere sottaciuta.

Sui libri di storia, sulla carta stampata e sul web, le ricostruzioni storiche che analizzano quei tragici avvenimenti che vanno dal 1941 al 1947, ne trovereste, se vorreste realmente capire, a migliaia; noi oggi ve ne proponiamo una attraverso una lettera inviata al direttore di VareseNews pubblicata l’8 febbraio 2019.

Egregio Direttore,

richiamandomi a un Vostro ben documentato e ben elaborato articolo pubblicato il 10/02/2009, dal titolo Italiani brava gente? Così non la pensarono gli jugoslavi“, quale semplice e modesto studioso di storia mi permetto di disturbarLa per sottoporLe una riflessione di carattere storico in occasione della commemorazione del Giorno del ricordo istituito nel 2004 per conservare la memoria della tragedia degli italiani vittime delle foibe e dell’esodo forzato dalle terre istriane e dalmati tra l’8 settembre 1943 e il 10 febbraio 1947.

Dalle affermazioni di coloro che hanno voluto istituire tale ricorrenza sembra che il pacifico e inerme popolo italiano sia stato barbaramente aggredito all’improvviso dagli jugoslavi senza alcun motivo, come avvenne nel V° secolo da parte degli Unni.

La tragedia però non si è svolta così e per onestà storica ciò deve essere precisato per non lasciare spazio a false mistificazioni pseudo patriottiche inventate da un pericoloso rigurgito di estrema destra.

Per nulla giustificando tale tragedia che ha causato l’uccisione di circa 15.000 civili italiani e l’esodo forzato di circa 300.000 persone si devono tuttavia considerare le cause della reazione degli jugoslavi contro la popolazione italiana tra il 1943 e il 1945 dovuta ai precedenti innumerevoli ed efferati massacri ferocemente perpetrati tra il 1941 e il 1943 dai militari italiani nei confronti della popolazione jugoslava. Nel nome di una vera pacificazione tra i popoli all’insegna della verità storica la ricorrenza del Giorno del ricordo dovrebbe commemorare sia la popolazione italiana vittima della vendetta degli jugoslavi sia la popolazione jugoslava vittima dei massacri commessi dai militari italiani.

Gli Italiani dal 1941 al 1943 in Jugoslavia applicarono come i nazisti la regola della rappresaglia contro le popolazioni civili, macchiandosi di gravissimi crimini; queste verità scomode emergono dalle indagini della Commissione parlamentare d’inchiesta presieduta da Luigi Gasparotto, Ministro della difesa nel III° Governo De Gasperi nel 1947, che aveva lavorato con impegno ed equilibrio tra il 1946 e il 1947 alla raccolta e al vaglio delle numerose denunce.

Il generale Mario Roatta, comandante della II^ armata italiana in Jugoslavia, che nella circolare del 1° dicembre 1942 aveva disposto di fucilare non soltanto tutte le persone trovate con le armi ma anche chi imbrattava le sue ordinanze e chi sostava nei pressi di opere d’arte, aveva deciso di considerare corresponsabili degli atti di sabotaggio anche le persone abitanti nelle case vicine. Le conclusioni della Commissione Gasparotto chiamavano in corresponsabilità anche il generale Mario Robotti, comandante dell’XI° corpo d’armata, che aveva inasprito gli ordini del generale Roatta affermando che «qui si ammazza troppo poco», e il governatore del Montenegro, Alessandro Pirzio Biroli, che fece fucilare circa 200 ostaggi inermi.

A macchiarsi di tali efferati crimini non furono soltanto i fascisti ma anche ufficiali e soldati normali; il prefetto del Carnaro Temistocle Testa per l’eccidio perpetrato al villaggio di Podhum, in cui il 12 luglio 1942 militari italiani, coadiuvati dai carabinieri e dalle camicie nere, fucilarono oltre cento uomini, si servì di normali reparti dell’esercito.

Nel febbraio 1942 Lubiana (nella foto, le truppe italiane in città) fu circondata con reticolati di filo spinato, furono rastrellati 18.708 uomini e nel solo mese di marzo del 1942 gli italiani fucilarono 102 ostaggi.

Nell’aprile del 1941 il Regno di Jugoslavia fu invaso e occupato dagli italiani e dai tedeschi; le truppe del Regio Esercito italiano furono impegnate in una dura lotta contro le formazioni partigiane jugoslave; in un incontro con gli alti comandi del Regio Esercito a Gorizia il 31 luglio 1942 Mussolini disse: “Sono convinto che al «terrore» dei partigiani si deve rispondere con il ferro e con il fuoco. Deve cessare il luogo comune che dipinge gli italiani come sentimentali incapaci di essere duri quando occorre. Questa tradizione di leggiadria e tenerezza soverchia va interrotta”.

Dall’aprile 1942 al gennaio 1943 nella sola città di Lubiana, oltre ai «regolarmente processati», furono eliminati senza processo e senza prove di colpevolezza 145 uomini. Il 12 luglio 1942 nel villaggio di Podhum per rappresaglia furono fucilati dai militari italiani per ordine del Prefetto della Provincia di Fiume Temistocle Testa tutti gli uomini del villaggio, 91 vittime; il resto della popolazione fu deportata nei campi di internamento italiani e le abitazioni furono incendiate.

Un comunicato del generale Lorenzo Bravarone documenta l’azione di intimidazione compiuta dai militari italiani il 6 giugno 1942 nei pressi di Abbazia, che comportò la fucilazione sommaria di 12 persone e la deportazione di 131 loro familiari. In 29 mesi di occupazione italiana della Provincia di Lubiana vennero fucilati circa 5.000 civili ai quali furono aggiunti 200 bruciati vivi o massacrati, 900 partigiani catturati e fucilati e oltre 7.000 persone (su 33.000 deportati), in buona parte anziani, donne e bambini, morti nei campi di concentramento, con circa 13.100 persone uccise su 339.751 abitanti.

Nel luglio 1941 il Montenegro fu occupato dalla 18^ Divisione fanteria “Messina”e dai Reali Carabinieri ma il 13 luglio la popolazione insorse sconfiggendo l’esercito Italiano.

Come reazione il Comando Supremo del Regio esercito trasferì in Montenegro sei divisioni sotto il comando del generale di corpo d’armata Alessandro Pirzio Biroli che attuò durissime repressioni e rappresaglie: la divisione “Alba” bruciò 6 villaggi nella zona di Čevo e ne massacrò gli abitanti.

Il 2 dicembre 1941 i reparti del Regio Esercito irruppero nel villaggio di Pljevlja fucilando 74 civili; il 14 dicembre vennero fucilati 14 contadini nel villaggio di Drenovo mentre nei villaggi di Babina Vlaka, Jabuka e Mihailovici vennero uccise 120 persone, tra cui donne e bambini.

Il 12 gennaio 1942 il generale Pirzio Biroli ordinò che per ogni soldato ucciso, o ufficiale ferito, la rappresaglia avrebbe comportato 50 ostaggi fucilati per ogni militare italiano e 10 ostaggi fucilati per ogni sottufficiale o soldato ferito.

Tra il febbraio e l’aprile 1942 i battaglioni alpini “Ivrea” e “Aosta” operarono rastrellamenti nella zona delle Bocche di Cattaro, fucilando 20 contadini e distruggendo 11 villaggi; il 7 maggio 1942 a Cajnice il generale Esposito ordinò l’esecuzione di 70 ostaggi presi tra la popolazione civile e il 20 giugno 1942 Pirzio Biroli fece fucilare 95 militanti comunisti.

L’11 luglio 1942 il generale Mario Robotti scrisse a Emilio Grazioli, dopo le operazioni di rastrellamento a Lubiana e nella provincia, che era stata attuata la deportazione nei campi di più di 5.000 uomini e agli ufficiali italiani vennero impartite disposizioni che contemplavano la distruzione di interi villaggi con la deportazione e la fucilazione degli ostaggi.

In due riservatissime lettere personali del 30 luglio e del 31 agosto 1942 indirizzate a Emilio Grazioli il Commissario Civile del Distretto di Longanatico Umberto Rosin considerò che: “Si procede ad arresti, ad incendi, […] fucilazioni in massa fatte a casaccio e incendi dei paesi fatti per il solo gusto di distruggere […]

La frase «gli italiani sono diventati peggiori dei tedeschi», che si sente mormorare dappertutto, compendia i sentimenti degli sloveni verso di noi”.

Dal luglio 1942 le divisioni italiane, con grandi operazioni di rastrellamento, procedettero alla deportazione della popolazione dei villaggi in campi di concentramento, soprattutto di donne, di bambini e di anziani poiché gli uomini validi fuggivano per evitare la cattura.

Tra l’estate del 1942 e quella del 1943 furono attivi sette campi di concentramento per civili sotto il controllo della II^ Armata; almeno 20.000 civili sloveni furono internati mentre un documento del Ministero dell’Interno italiano dell’agosto 1942 indica 50.000 persone circa, di cui la metà donne e bambini; la causa principale delle morti in tali campi era la fame, il freddo, gli stenti e le malattie.

Nel 1942 gli italiani realizzarono sull’isola croata di Arbe, l’odierna Rab, un campo di concentramento per i civili sloveni in cui in seguito furono deportati anche ebrei croati; vi furono internati più di 10.000 civili, principalmente vecchi, donne e bambini. Secondo il Centro Simon Wiesenthal questo campo, gestito completamente dagli italiani, ricevette 15.000 prigionieri dei quali 4.000 morirono; soltanto nell’inverno del 1942-1943 morirono 1.500 persone a causa della denutrizione, del freddo, delle epidemie e dei maltrattamenti.

Ricordando tali crimini non voglio in alcun modo giustificare la grave tragedia subita dalla popolazione civile italiana in Istria e nella Venezia Giulia ma anche questi efferati crimini commessi dagli italiani contro la popolazione civile jugoslava andrebbero ricordati per non perdere la memoria storica, anche quella per noi scomoda, e per una vera pacificazione tra i popoli all’insegna della verità storica, per non regredire sia umanamente che civilmente con vuote provocazioni nazionaliste! Questa è stata una immane tragedia di cui alcuni, per evidente ipocrisia, ricordano solo l’ultimo atto!!!

Chiedendo scusa per il disturbo colgo l’occasione per porgere i miei più cordiali saluti.

Alberto Morandi Laveno Mombello

(In copertina – 11 aprile 1941 L’esercito italiano occupa Lubiana)

Alla Marconi da lunedì si cambia.

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Da lunedì prossimo, 10 febbraio, potranno uscire dal portone che si affaccia su Largo Fiera solo ed unicamente gli alunni che si servono degli scuolabus, mentre tutti gli altri, sia per l’entrata che per l’uscita, dovranno utilizzare il cancello di via Giacomo Matteotti (palestra).

Saggia la decisione del Prof. Francesco Mario Pio Damiani, Dirigente Scolastico del Circolo Didattico G. Marconi di Casamassima.

La pericolosità di quell’uscita con quei tre gradini che possono essere causa di cadute accidentali e la calca dei genitori, avrà convinto il dirigente a modificare l’uscita delle classi facendo evitare possibili conseguenze.

Ma visto che per la Scuola Marconi non si è sentita ancora la necessità di abbattere le barriere architettoniche che impediscono l’accesso sia dall’ingresso principale di via Marconi che da quello di Largo Fiera, non sarebbe il caso che si procedesse in tal senso al fine di una una seppur parziale, ma necessaria modernizzazione? Tenendo poi conto che il passaggio di centinaia di persone ogni giorno sul pavimento della palestra scoperta ha reso quella pavimentazione oramai quasi completamente inutilizzabile, con ulteriore esborso di denaro pubblico per la messa in sicurezza, ci sarebbero proposte da parte di professionisti e tecnici, per addivenire ad una soluzione?

Rimaniamo in attesa.

(In copertina l’uscita delle classi su Largo Fiera)

Vito Mazzei e il sindaco giardiniere a cui piace il cemento.

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«Se non c’è amore, non solo inaridisce la vita delle persone, ma anche quella delle città».

(Lila a proposito di Didone – L’Amica geniale – Elena Ferrante)

Era il 14 aprile 2018 quando Vito Mazzei, il fido “caporale di giornata”, agli ordini del “generale di corpo d’armata”, innaffiava beato e spensierato quei fiorellini che con tanto amore e dedizione abbellivano quel piccolo spazio verde all’imbocco di via Conversano.

(Vito Mazzei mentre innaffia i fiorellini “elettorali” del sindaco)

Erano i sabati del fare elettoralistici dell’esercito di Giuseppe Nitti che da capo turbo-mondialista-giardiniere-cementificatore-agronomista in erba, si dilettava a ripulire o rendere meno sgraziate aree verdi da tanto abbandonate e che soffrivano, come soffrono, di una manutenzione costante che manca e che val bene un abbattimento o una colata di cemento.

E Vito Mazzei, insieme ai tanti che affollavano quella giostra propagandistica non avrebbe mai pensato che ci potesse essere un domani in cui, silenti, affranti, sbigottiti, increduli e complici, avrebbero concesso a chicchessia, figuriamoci a loro stessi, di pensare agli alberi come legna da ardere destinata ad un vecchio fornaio che vuole rendere squisito il suo pane, le sue focacce e le sue pizze.

Mai avrebbe acconsentito, il Mazzei, perso il sorriso, che i suoi sforzi si sarebbero insabbiati sotto quei mattoni che, ingabbiando per sempre il suo pollice verde naturalista, lo avrebbe così duramente deturpato nell’animo.

(La squadra di giardinieri che al comando di Nitti, pianta i fiorellini oggi scomparsi sotto una coltre di cemento)

Chissà come si sentirà il caporale Mazzei e la miriade di fiori cultrici che con tanta diligenza ed entusiasmo avevano colorato quel praticello incolto che oggi, “ridato al decoro” (?), così definisce il giardiniere da campagna elettorale Nitti quel pezzo di terra, è solo un ricordo seppellito per sempre sotto quella distesa di noia.

Possiamo solo augurarci che finita questa pantomima, andato via questo falso sindaco giardiniere, il verde torni a risplendere.

(In questa foto e in quella di copertina il sindaco giardiniere e “agronomo” Giuseppe Nitti mentre disseta i fiorellini appena piantati)

Com’è diventata oggi, 5 febbraio 2020, la piazzetta di via Conversano.

Ma la domanda a cui non siamo stati in grado di dare risposta è come mai quella fioriera in cemento, una volta al centro della piazzetta, ora si sia spostata così verso l’esterno che a guardarla non ha senso alcuno. Ma poi, visto che quella fioriera è circondata da un cordolo su cui ci si può comodamente sedere, come mai si è deciso di spostarla così all’estremità facendo pendolare le gambe, una volta seduti, praticamente sulla strada?

Ma al centro della piazzetta, così come era sistemata prima, non svolgeva meglio il suo compito? Perché tutto quello spazio centrale non utilizzato? A chi e a che cosa servirà tutto quello spazio centrale lasciato libero?

E poi, anche un altra domanda non ci fa dormire la notte. Come mai per la rotonda-fontana distante solo qualche metro, nessun intervento è stato ancora previsto?

Eppure, se non ricordiamo male, anche lì le sapienti mani di Vito Mazzei, hanno contribuito ad abbellire ed infiorare.

(I giardinieri all’opera durante la campagna elettorale. Sullo sfondo Vito Mazzei che vigila sui lavori – clicca sulla foto)

Visto che fanno parte praticamente della stessa area, come mai il consigliere Mazzei non è riuscito a reperire qualche soldo da attingere dal fondo di riserva che pare più profondo del Pozzo di San Patrizio per donare nuova vita a quella rotonda-fontana “vittima” anch’essa dei suoi interventi elettoralistici?

(Come appare oggi quella rotonda-fontana)

Ed i giornali ora come intitoleranno?
Opere pubbliche incompiute?

L’uccellino ha preso il volo…..

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Vorremmo che i sorrisi che qualche dipendente ha postato sui social fossero un preludio positivo alla risoluzione della lunga vertenza che vede in bilico posti di lavoro. Vorremmo che l’ottimismo di quelle foto che danno appuntamento al 7 febbraio prossimo siano bene auspicanti ma le notizie che si rincorrono sulla carta stampata e sul web, ci restituiscono una realtà decisamente diversa.

Oggi l’addio definitivo al marchio Auchan anche a Casamassima.

Con le serrande chiuse dell’ipermercato la galleria stamani sembrava un girone dell’inferno; i pochi avventori più sprovveduti si aggiravano chiedendosi il perché di quella chiusura, non pensando minimamente al dramma che in questo momento i dipendenti, compreso l’indotto, sta vivendo perché un colosso decide di abbandonare tutto e “scappare”. Dopo i contratti di solidarietà che evidentemente a poco sono serviti, dopo le assunzioni lampo che in alcuni casi duravano una mattinata in cassa, si vende e si chiude lasciando ad altri l’onere della riapertura.

Solo fermandoci agli ipermercati Auchan presenti in Puglia, ma si registrano le stesse preoccupazioni nel resto dello stivale, saranno solo i dipendenti a pagare le conseguenze per quel cambio d’insegna che vede l’uccellino volare via lasciando il posto ad una margherita che non sappiamo se sia già appassita.

Con la riduzione drastica della superficie di vendita che dovrà essere utilizzata solo per la distribuzione alimentare, i conti sarebbero presto fatti. I sindacati al riguardo non sembrano credere alla Conad che vorrebbe non toccare i posti di lavoro, ma la cassa integrazione dietro l’angolo potrebbe rappresentare il prologo ad una serie di misure, mobilità incentivata e mobilità, anticamera della perdita di posti di lavoro. L’apertura della multinazionale irlandese specializzata nella vendita di abbigliamento (Primark), potrebbe assorbire il personale attualmente in esubero?

Riuscirà la task force regionale da ieri al lavoro per arrivare ad un accordo soddisfacente e non così penalizzante per i dipendenti?

(La sorpresa delle bancarelle all’interno della galleria commerciale)

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