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A Nitti non bastava il caso dell’assessora leghista Montanaro. Anche quello di Gino Petroni dovremo aggiungere?

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A Casamassima vengono al pettine i nodi della grande confusione all’interno della coalizione di governo cittadino che, sotto le mentite spoglie del civismo casereccio, con il passare dei giorni porta alla luce quello che in campagna elettorale, i palloncini blu innalzati al cielo, non sono riusciti a mascherare.

E così dopo il caso eclatante della Maria Santa Montanaro, leghista e salviniana nell’anima ma creduta civica all’esterno di cui abbiamo dato conto più volte (clicca qui per rileggere), si aggiunge anche il caso di Gino Petroni, anch’egli assessore e finanche vice sindaco nominato dal civico di Italia in Comune Giuseppe Nitti.

Il vice sindaco Petroni, candidato in CivicaMente al cui nome fu sapientemente aggiunto quel NOI per identificarne l’appartenenza politica quale componente attivo di quel NOI con l’Italia di Raffaele Fitto e Davide Bellomo, a breve potrebbe anche lui, uscire allo scoperto e scombinare i piani già fin troppo precari della maggioranza di governo cittadino.

In fin dei conti già dalla notte del ballottaggio vinto da Giuseppe Nitti, lo stesso Davide Bellomo accorse a Casamassima per festeggiare l’evento e lasciare la foto ricordo con le congratulazioni di rito come testimonia questo scatto dello stesso Bellomo.

Ma secondo un comunicato stampa pubblicato da Raffaele Fitto lo scorso 20 ottobre, sarebbero in corso trattative per raggiungere un’intesa politico elettorale con Fratelli d’Italia della Giorgia Meloni, per contrastare lo strapotere della Lega di Salvini in vista delle Europee del 2019 avendo nel mirino e sullo sfondo anche le Regionali in Puglia.

(Il comunicato stampa di Raffaele Fitto pubblicato su facebook)

Se tutto ciò dovesse avverarsi e prendere corpo lo scenario per Casamassima sarebbe veramente grottesco. Alla Montanaro, della Lega, si potrebbe contrapporre Gino Petroni che sceglierebbe di “combatterla” elettoralmente, ed il tutto all’ombra del Palazzo di Città con la “complicità” politica dello stesso Nitti se non dovesse porre rimedio in tempo. Considerando poi che Fratelli d’Italia in Consiglio Comunale siede all’opposizione, cosa accadrebbe con i vertici locali meloniani  rappresentati in massima misura da Franco Pignataro?

E se considerassimo anche le recenti passate alleanze sempre di Noi con l’Italia cui aderisce Gino Petroni con quell’UDC che ci porta alla memoria Mimmo Birardi, Monica Portaccio e Giacomo Nanna, quale lo scenario?

Una domanda sorge spontanea: ma il civismo di Italia in Comune, di cui Giuseppe Nitti si fregia di appartenere, che con il passare del tempo ci accorgiamo  non capace di delineare una linea poltica coerente e che ospita al suo interno realtà politiche che solo in prossimità delle elezioni si dichiarano indipendenti dai partiti, ma che una volta raggiunto lo scopo, tornano a cibarsi dei simboli che li hanno visti nascere e militare, vedi Montanaro e Petroni, che tipo di contenitore politico è?

Quale la logica in questa follia?

 

 

Casamassima: per fortuna c’è la Montanaro, altrimenti sai che noia, sai che barba. I rating della settimana.

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In attesa che l’amministrazione Nitti compia il primo colpo di reni che tarda ad arrivare, la settimana appena trascorsa, come quelle precedenti in verità, è stata da un punto di vista politico, a parte il caso dell’assessora Maria Santa Montanaro dentro leghista e fuori civica ancora presente in giunta, di una noia mortale.

Tolto il caso dell’ormai consueto sit in sotto il Palazzo Comunale di quelli che alla ricerca di un lavoro vanno a cui il sindaco non fa mancare la propria vicinanza sedendosi accanto, i temi degni di essere raccontati, ma solo per carità cristiana, sono i botta e risposta fra Palmieri e la Latrofa, le analisi indipendenti sull’acqua potabile, quell’incontro dei sindaci civici di Italia in Comune a Bari e la polemica della consigliera Monica Portaccio a proposito del manifesto comunicato stampa di Forza Italia e Fratelli d’Italia sul caso Tari.

Stucchevole e puerile il confronto fra Andrea Palmieri, l’ex, e Annamaria Latrofa, attuale assessore ai lavori pubblici a proposito di quei ripristini che causa gli scavi che hanno permesso l’elettrificazione della linea ferroviaria Sud Est, stanno interessando alcune strade del paesello. Il merito è mio se le strade si stanno asfaltando, dichiara Palmieri; e no, tu non centri nulla, era già tutto previsto, ribatte la Latrofa. A botta di comunicati stampa e di post sui social la guerra è in atto e non sappiamo quando finirà. Che oggi il Palmieri trovi il tempo di polemizzare lo troviamo naturale, ma che l’assessore Latrofa con i mille problemi e le mille responsabilità che supponiamo avrà e che la circondano, trovi il tempo di andare a spulciare fra i faldoni alla ricerca della prova che inchiodi l’ex assessore Palmieri alle sue responsabilità, lo troviamo veramente paradossale.

Nel frattempo nessuno dei due si interroga sul fatto che probabilmente, viste le pendenze inesistenti su alcuni tratti di strada interessate dalle operazioni di ripristino e la mancanza di manutenzione nelle cunette-canali di scolo delle acque, si potrebbero preannunciare futuri fiumiciattoli in piena alle prossime piogge.

Mica può essere sempre estate. Rating Caa.

Ancora vivo è il ricordo sull’acqua contaminata al paesello che in queste ore torna prepotentemente alla ribalta dopo il caso emblematico di Matera. Il sindaco Nitti, mantenendo l’impegno assunto in campagna elettorale, decide di affidare ad una società accreditata, le analisi sull’acqua potabile che viene erogata dall’AQP a Casamassima. Senza un regolamento però sull’acqua non più rimandabile che assicuri la periodicità delle analisi e che contempli eventuali contromisure, e con una scelta caduta come al solito in affidamento diretto, a nostro parere riesce a strappare, per quest’impegno da campagna elettorale, un rating Ba.

Potrebbe fare di più ma non si applica.

Balzato agli onori della cronaca per l’ennesimo incontro con i suoi colleghi civici di Italia in Comune, abbiamo seguito il sindaco a Bari, dove in una sala del cinema Galleria, alla presenza di Michele Abbaticchio, sindaco di Bitonto, Tommaso Depalma, sindaco di Giovinazzo e Davide Carlucci, sindaco di Acquaviva, ha dato vita ad una conferenza stampa per illustrare il progetto che hanno in mente. In definitiva i sindaci aderenti chiedono che vengano riconosciuti più fondi regionali e/o nazionali al fine di tentare di contrastare il fenomeno dei rifiuti abbandonati in ogni dove attraverso l’utilizzo di telecamere, droni e risorse da destinare a personale preposto. Fenomeno dell’abbandono selvaggio del sacchetto della monnezza che ultimamente al paesello sta catalizzando l’intervento quasi quotidiano di qualcuno che a furia di post polemici e foto imbarazzanti, inonda i social. Ma che, ad esclusione di qualcuno, nessuno indaga sul perché proprio in queste ultimi giorni il fenomeno stia assumendo proporzioni così importanti. La sparizione di molti cassonetti dell’immondizia dal vicino Baricentro, sembra abbia invogliato molti che se ne servivano da tempo, ad indirizzare le proprie deiezioni monnezzare direttamente al centro del paesello. Causa principale di tale comportamento, oltre la mancanza di un’isola ecologica che mai ci sarà in quanto sembra sbloccato solo l’allestimento del Centro Comunale di Raccolta, è la vecchia piaga a cui il sindaco Nitti non ha saputo ancora porre rimedio. La fretta e la furia della passata amministrazione Cessa, non dando il giusto peso alle disposizioni contrattuali, permise che le pattumelle della differenziata fossero ritirate su base volontaria dai cittadini coscienziosi e non consegnate direttamente dall’azienda incaricata presso le abitazioni e/o le utenze non domestiche. Questo errore, che oggi si scopre mortale, e di cui continuiamo a pagarne le conseguenze, ha fatto si che i fantomatici e quasi impossibili controlli incrociati non siano riusciti a stanare gli “evasori” sconosciuti alla tassa ma attivi nel produrlo il rifiuto. Il sindaco Giuseppe Nitti, che il problema lo conosce bene in quanto anch’egli assunse un atteggiamento critico nei confronti di questa scelta che possiamo definire snaturata, oggi dovrebbe senza indugio porre rimedio. In assenza di una ricognizione senza ombra di dubbio di tutte le utenze, domestiche e non e dell’istituzione del Centro Comunale di Raccolta, ogni iniziativa sembra opinabile e non assolutamente risolutiva. Continuare a spendere denaro pubblico, anche se regionale o nazionale sempre tale rimane, senza che le eventuali contravvenzioni possano ammortizzarne la spesa, ci sembra non definitivo.

Quindi sino a che il sindaco e la sua amministrazione non vorranno mettere in campo il censimento non più rimandabile delle utenze, il nostro giudizio rating non potrà che essere Baa.

Sembra scritto a più mani quel comunicato intervista della consigliera Portaccio apparso sulle pagine de La Voce del Paese, a proposito del manifesto sottoscritto dai gruppi consiliari di Forza Italia e Fratelli d’Italia in riferimento alla volontà di sostenere la costituzione del Comitato Tari di Casamassima al Consiglio di Sato. Usciti vittoriosi dalla sentenza del Tar Puglia che dichiarava inaccettabili le incongruenze sul piano Tari approvate dalla scorsa consiliatura Cessa, i cittadini ricorrenti, oggi avranno al loro fianco anche i due gruppi consiliari che hanno deciso di non lasciarli soli nel prosieguo della disputa legale che vede il Comune e Giuseppe Nitti resistere in giudizio. Ma sembra che la Portaccio, ma come sussurrano le voci che si rincorrono in paese, insieme a tutta l’UDC, partito di riferimento della stessa consigliera, di Giacomo Nanna e del sempre vigile Mimmo Birardi, non abbia gradito il fatto di essere stata estromessa dalla firma in calce a quel comunicato manifesto.

Marcare il territorio con il simbolo dell’UDC, nell’ambito del centro destra, come si afferma nell’intervista, sembra, a nostro giudizio, del tutto pretestuoso viste le decisioni che in queste ore si rincorrono e che vedrebbero esponenti del partito sostenere candidature di centrosinistra per le provinciali di Brindisi e Lecce sostenendo finanche Emiliano alla Regione. E così mentre a Bari si spaccano con il resto del centrodestra che riscuote anche l’appoggio della Lega per le prossime regionali del 2019, al paesello, isola felice al di fuori del mondo, basta una firma e un simbolo non stampato per rompere l’alleanza o per far montare una polemica “infantile”. Il riferimento poi ai voti di preferenza raccolti dalla Portaccio e dal Nanna, non convincono sull’autosufficienza del gruppo che certamente, senza l’ospitalità fornita da Forza Italia, non avrebbe raggiunto il risultato che ha raggiunto.

Se fossimo maligni, ma mai lo siamo stati, leggeremmo questa polemica senza senso solo se in prospettiva volessimo vederla in un rilancio futuro del suo uomo di punta qui al paesello che mal ha digerito quella caduta rovinosa dal notaio qualche anno fa. Quali siano gli elementi che portano la Monica Portaccio ad affermare che Mimmo Birardi aveva dato finalmente luce e dignità a questo paese (citiamo testualmente), è la domanda che vorremmo porre alla consigliera e che ci permettiamo di porre.

Anche per questo ci avvaliamo di dare il nostro insindacabile giudizio inappellabile rating:

a chi ha deciso che la firma dell’UDC non dovesse comparire sul manifesto comunicato, C;

all’UDC che si “offende” per la mancanza della firma sul manifesto comunicato, C.

Giuseppe Nitti, ringrazia.

Intanto la produttività degli assessori ci sembra alquanto non soddisfacente (ve ne daremo contezza), e alle riunioni di maggioranza cominciano a mancare i pezzi da 90. Perché?

E poi, considerato che non stiamo qui a pettinare le bambole, la lettura di un altro ben più piccante comunicato stampa, per qualcuno sconvolgente, potrebbe scuotere dal di dentro la maggioranza di governo cittadino.

Il mistero si infittisce.

 

Ci rimane, questa settimana, solo quello.

 

 

No TAP, Si TAP: tra capitani e komandanti il governo del tutto e del niente.

«Il 70% degli italiani non capisce quello che legge”, affermava Tullio De Mauro, e probabilmente neanche quello che vota.

Aggiungiamo sommessamente noi.

La rivolta che in queste ore, specialmente in Salento, sta montando nei confronti dei 5 Stelle, sarebbe incredibile se non fosse già di suo grottesca. Da sempre sostenitori del no TAP, come del resto no ILVA e no TAV, una volta al Governo della Nazione, cambiano repentinamente opinione e come al solito, rappresentanti indiscussi in terra del tutto e del niente affermano candidamente che se quell’opera venisse bloccata costerebbe troppo alla collettività, per cui è meglio continuare con le operazioni di scavo e di posa di quel tubo pieno di gas che tanti ulivi ha fatto scomparire.

Le parole di Di Battista, uno dei profeti tenuto a riposo sino a che non sia compiuta l’opera di dissolvimento del Di Maio, in campagna elettorale prometteva che con loro al Governo sarebbero bastate due settimane per bloccare il gasdotto. (Risentilo qui, se vuoi).

Anche Beppone Grillone nazionale insieme alla Barbara Lezzi, quarantaseienne leccese divenuta Ministro per il Sud nel governo giallo verde, si sperticava in campagna elettorale per il NO, che oggi è divenuto un SI, accompagnata anche da quei senatori e deputati, con i soliti consiglieri regionali pugliesi che facevano da contorno e che occupano i social da mattina a sera che con i loro bei cartelli al collo imploravano un voto di liberazione.  

Ma la TAP (Trans Adriatic Pipeline), il gasdotto che dall’ Azerbaigian arriverà in Italia sulle coste di Melendugno, in provincia di Lecce, si farà.

Nel frattempo oggi a gran voce si chiedono non solo le dimissioni della Barbara Lezzi, ma anche di tutti i senatori e deputati che hanno fatto promesse elettorali che si sono rivelate farlocche.

Appunto, il tutto e il niente.

Ma la liberazione per il popolo pugliese, dopo Berlusconi, Monti, Renzi e Gentiloni, proprio dalla Barbara Lezzi e da Di Maio doveva passare?

E poi dicono che le strade del sud sono piene di buche da sembrare un groviera.

Nel frattempo, oscurando sapientemente i profili e gli scritti che li inchiodano, i penta stellati di “diamante” parlano della giornata dell’albero.

Benvenuti in Italia.

 

“Si può uccidere un uomo, non le sue idee”. Thomas Sankara

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Thomas Isidore Noël Sankara, il Che Guevara Africano.

Oggi vi racconteremo la storia di Thomas Isidore Noël Sankara, militare, politico e rivoluzionario nato a Yako il 21 dicembre 1949 e morto a Ouagadougou il 15 ottobre 1987 che cambiò il nome dell’Alto Volta in Burkina Faso diventandone il primo presidente e leader carismatico anche per tutta l’Africa occidentale sub-sahariana impegnandosi per tutta la vita ad eliminare la povertà attraverso il taglio degli sprechi statali e la soppressione dei privilegi delle classi agiate.

Il Burkina Faso, che in precedenza si chiamava Repubblica Dell’Alto Volta è uno stato di circa 18 milioni di abitanti, i burkinabè, dell’Africa occidentale privo di sbocchi al mare confinante con il Mali a nord, il Niger ad est, il Benin a sud est, il Togo e il Ghana a sud e la Costa d’Avorio a sud ovest. La capitale del Paese è Ouagadougou. Trovati reperti che datano i primi insediamenti umani risalenti a 12 mila anni prima di Cristo sino ad arrivare tra il 3600  e il 2600 a.C. per i primi insediamenti agricoli. Tra il XV e il X secolo a.C. si sviluppò l’uso del ferro. Fra il XV e il XVI secolo d.C. la regione del Burkina Faso fu uno dei centri economici più importanti dell’impero Songhai.

La colonizzazione da parte francese ebbe inizio nel 1896, allorquando si sottomise il regno Mossi di Ouagadougou. Il regno divenne un protettorato e nel 1898 l’intera regione era sotto il controllo francese. Nel 1904, il protettorato fu annesso all’Africa Occidentale Francese, insieme agli odierni Senegal e Niger. I Burkinabé parteciparono alla Prima Guerra mondiale all’interno della fanteria senegalese.

Nel 1919, il Burkina Faso divenne una colonia separata (col nome di Alto Volta); il primo governatore fu François Charles Alexis Édouard Hesling. Il 5 settembre 1932, la colonia fu smembrata e suddivisa fra Costa d’Avorio, Mali e Niger. Fu ricostituita il 4 settembre 1947, con gli stessi confini che aveva in precedenza. L’11 dicembre 1958 l’Alto Volta ottenne l’autogoverno diventando repubblica membra della Comunità Franco Africana. Nel 1960 la Francia concesse l’indipendenza. Una serie di colpi di stato caratterizzarono il periodo successivo all’indipendenza e dopo innumerevoli tentativi falliti attraverso uomini illuminati che una volta al potere si dimostravano feroci tiranni, fu la volta di Thomas Sankara.

Il 4 agosto 1983, all’età di 35 anni, Sankara divenne Presidente, con un colpo di Stato, incruento e senza spargimento di sangue, contro Jean-Baptiste Ouedraogo con al fianco l’amico Blaise Compaorè. (Il “traditore” messo sotto accusa in seguito all’uccisione dell’amico). Iniziava così l’esperienza rivoluzionaria di Sankara, il Che Guevara africano.

Figlio di Marguerite e Sambo Joseph Sankara, ferventi cattolici di etnia Silmi-Mossi che speravano diventasse prete, Thomas scelse la carriera militare e a 19 anni si trasferì in Madagascar  dove divenne ufficiale. Fu lì che si avvicinò alle teorie marxiste e leniniste che influenzarono il resto della sua vita. Ritornò il Alto Volta nel 1972 e dopo aver partecipato ad una guerriglia al confine con il Mali, ripudiò ogni sorta di guerra ritenendo i conflitti inutili ed ingiusti. Con il suo caro amico Camparoè ebbe anche il tempo di fondare una band musicale molto nota nella capitale Ouagadougou. Nel 1976 divenne comandante del centro di addestramento dell’esercito a Po’. In quel periodo diede vita, sempre con il suo amico fidato Camparoè ad un’organizzazione segreta denominata ROC (Gruppo degli Ufficiali Comunisti). Nel 1981 divenne anche Segretario di Stato, ma il 21 aprile del 1982 si dimise perché in disaccordo con il regime secondo lui troppo lontano dai lavoratori.

Divenuto Presidente, nel 1984, esattamente un anno dopo il suo insediamento, cambiò il nome dell’ex colonia francese in Burkina Faso, che in More e Djoula, i due idiomi più diffusi nella nazione, significa “terra degli uomini integri”. Alcuni dati raccontano le condizioni di miseria che viveva il Paese che si apprestava a governare Sankara: tasso di mortalità infantile del 187 per mille (ogni cinque bambini nati uno non arrivava a compiere un anno), tasso di alfabetizzazione al 2%, speranza di vita di soli 44 anni ed un medico ogni 50.000 abitanti. Era il 1984.

Fece costruire la ferrovia del Sahel, che tuttora collega il Burkina Faso con il Niger, fornì  due pasti e cinque litri di acqua al giorno a ciascun cittadino fornendo assistenza sanitaria con una massiccia campagna di vaccinazioni. Incentivò la costruzione di scuole e di ospedali, promosse una campagna di rimboschimento (vengono piantati più di 10 milioni di alberi per contrastare l’avanzata del Sahel, il deserto), e comincia l’opera di ridistribuzione delle terre ai contadini, sino a quel momento nelle mani di pochi e influenti latifondisti, sopprimendo le imposte agricole istituendo un Ministero dell’Acqua, con funzioni ecologiste. Con una campagna capillare di riduzione della spesa pubblica accompagnata ad una drastica lotta alla corruzione, tolse numerosi privilegi a politici e militari: vendette tutte le Mercedes in dotazione ai ministri sostituendole con le più economiche Renault 5. decurtò gli stipendi a tutti i funzionari pubblici che sino a quel momento avevano usufruito di benefici inimmaginabili.

«Non possiamo essere la classe dirigente ricca di un Paese povero», soleva ripetere Sankara allorquando invitava anche i ministri a partecipare ai lavori pubblici per il bene della collettività. «E’ inammissibile che ci siano uomini proprietari di quindici ville quando, a cinque chilometri da Ouagadougou la gente non ha i soldi nemmeno per una confezione di nivachina contro la malaria».

Nello stesso periodo suoi omologhi di paesi vicini, vivevano in lussuosissime ville con addirittura il presidente della Costa d’Avorio, Felix Houphouet-Boigny, che aveva fatto costruire per i propri figli una pista di pattinaggio sul ghiaccio nel deserto. Alcuni capi di Stato offrirono a Sankara un aereo presidenziale, ma preferì al suo posto macchine agricole per il Burkina Faso. Promosse una politica che non si facesse abbagliare dalle imposizioni culturali provenienti dall’Europa preferendo ai modelli dei “ciarlatani europei” che cercavano di vendere da anni cianfrusaglie senza valore, promuovendo lo sviluppo dell’economia interna. La serie di riforme epocali che in quegli anni rivoluzionò il Burkina Faso passò anche dalle donne, che acquistarono quell’emancipazione sino ad allora repressa. Le donne entrarono a pieno titolo non solo nel governo, ma anche nel ricoprire cariche militari sino ad allora ad appannaggio esclusivo degli uomini. Il giovane Presidente si batté affinché le donne si ribellassero al maschilismo dilagante e ad rimanere a scuola anche in caso di gravidanza. Abolì in un colpo solo la poligamia e vietò l’infibulazione. Anche la prostituzione venne combattuta perché rappresentava la quinta essenza di una società dove lo sfruttamento era divenuto regola e rappresentava il simbolo del disprezzo che l’uomo provava per la donna. Liberò la donna da quella camicia di forza che ancora oggi, anche qui in occidente, chiude le donne a ogni tappa della vita. Una campagna di diffusione di contraccettivi per evitare eventuali sieropositività causate dall’AIDS che in quegli anni mieteva vittime.

«La donna parteciperà a tutte le lotte che intraprenderemo contro le pastoie della società neocoloniale e per la costruzione di una società nuova. Sarà associata a tutti i livelli di ideazione, decisone, esecuzione nell’organizzazione della vita di tutto il Paese», questo il discorso di orientamento politico tenuto il 2 ottobre 1983.

Insomma, una massiccia riforma dell’ordine feudale imperante padre e madre del capitalismo odierno.

Il Burkina Faso divenne ben presto con Thomas Sankara un esempio da seguire per tutte le altre nazioni governate da elite corrotte e supine ai dettami provenienti dagli istituti economici internazionali. Se un piccolo Paese, condannato anche dalla geografia (il deserto aumentava verso sud di 7 chilometri all’anno mangiandosi campi coltivati dove sisteeva solo un corso fluviale senza nessuno sbocco al mare), riusciva a levare il proprio grido di dolore e di insofferenza e a dimostrare che i problemi che affliggevano l’Africa si potevano risolvere, cosa avrebbero potuto fare Paesi con immense risorse naturali?

Sankara invitò i Paesi africani a non pagare il debito estero per concentrare gli sforzi su una politica economica che colmasse il ritardo imposto da decenni di dominazione coloniale, combattendo l’imperialismo che tentava in ogni modo di dominare tutta l’Africa più culturalmente che militarmente. Bisogna decolonizzare la nostra mentalità, soleva dire Thomas.

Ed è anche in questo che si spiega l’impulso dato al Festival Panafricaine du Cinema de Ouagadougou, la più grande rassegna continentale sul cinema al fine di sviluppare la cinematografia locale a scapito di quella, a volte imposta, europea o americana, il più delle volte utilizzata per legittimare la “supremazia” dei bianchi e l’inferiorità degli Africani.

La sua voce tuonò anche all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite contro l’ipocrisia di chi fornisce aiuti ai Paesi in via di sviluppo (mentre per altre vie si inviavano armi) e contro l’egoismo di chi, per esempio, si rifiutava di investire nella ricerca contro la malaria solo perché è una malattia che non riguarda il nord del mondo mentre in Africa provoca ogni anno milioni di morti.

Ma la sua fine si avvicinava inesorabilmente e il 15 ottobre 1987 intorno alle 17.00, Thomas Sankara, insieme a 12 ufficiali, venne barbaramente ucciso durante un colpo di stato.

Una tragedia organizzata? Francia, la Costa d’Avorio e la Libia? Implicazione anche della CIA?

… Ecco perché, compagne, abbiamo bisogno di voi per la vera liberazione di tutti noi. So che troverete sempre la forza e il tempo di aiutarci a salvare la nostra società…..

… Compagne andiamo verso la conquista del futruo. Il futuro è rivoluzionario, il futuro appartiene a chi lotta.

La Patria o la morte, vinceremo.

(Thomas Sankara)

 

Per approfondire: Thomas Sankara, Touba Culturale Italy

 

Casamassima: Forza Italia e Fratelli d’Italia vs il Sindaco Giuseppe Nitti.

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Questo il comunicato stampa diramato dal gruppo consiliare di Forza Italia e Fratelli d’Italia in riferimento alla sentenza del TAR Puglia sulle tariffe TARI e sulla susseguente decisone del Sindaco di opporsi al ricorso vinto dai ricorrenti che ha visto il Comune di Casamassima soccombere.

COMUNICATO STAMPA

DALLA PARTE DEI CITTADINI

Lo scorso 8 luglio, con delibera n. 85 adottata con i poteri della Giunta, un Commissario Prefettizio, che bene  avrebbe fatto ad  astenersi, attendendo l’insediamento della nuova Giunta, con la “partecipazione di uno zelante Sindaco appena eletto, hanno deliberato di opporsi al ricorso vinto presso il TAR Puglia da alcuni Cittadini ricorrenti, che avevano contestato l’ingiustificato aumento della tariffa TARI adottata  dalla precedente amministrazione  di sinistra  di cui l’attuale Sindaco faceva parte.

Il Sindaco ha cambiato la casacca con la quale votò favorevolmente al piano TARI 2017, ma ha confermato quella  scelta, affannandosi a condividere  il provvedimento di un Commissario che NON aveva titolo per firmare la deilbera.

Il Centrodestra  di Casamassima, costituito da Fratelli  d’Italia  e Forza Italia, insieme  al gruppo consiliare, confermano la posizione assunta già in campagna elettorale, di essere DALLA PARTE DEl CITTADINI e delle  ATTIVITA  PRODUTTIVE  e  non  di  un  piano  tariffario  che   piace  solo  alla maggioranza  pseudo civica  e obbediente, alla ditta appaltatrice e ai soliti noti che  ne  sono esentati.

La delibera in questione gratta anche il barile del fondo di riserva, la cui utilità forse sfugge a molti e, per pagare l’avvocato, aggiunge costi per oltre 11 mila euro a quelli sentenziati dal TAR Puglia che ha condannato il Comune alle spese processuali.

Nell’occasione facciamo rilevare che la delibera poteva essere adottata dalla Giunta pseudo civica, poi nominata dal Sindaco solo tre giorni dopo, l’11 luglio.

Perché non aspettare la nomina della Giunta per deliberare, non ricorrendo motivi di urgenza o scadenza di termini?

E poi, a  proposito di delibere  che scompaiono e riappaiono  con numeri e firme  diverse come neanche il mago Silvan riuscirebbe a fare, saprà mai il Sindaco che per sostituire una delibera firmata da Tizio con una firmata da Caio è necessario revocare prima quella di Tizio? E  se cambia il numero di delibera, saprà mai che vanno revocate le due precedenti? Nessuno ha consiglato lo sprovveduto Sindaco? Mistero che sarà chiarito nelle sedi opportune.

Fratelli d’Italia, Forza Italia e la rappresentanza consiliare sostengono politicamente il Comitato TARI 2018 e sosterranno la costituzione presso il Consiglio di Stato per ottenere una conferma della sentenza e mettere i cittadini in condizione di essere rimborsati della maggiore quota pagata per un servizio che costa troppo, non funziona e provoca sporcizia piuttosto che rimuoverla.

Stia tranquillo lo zelante Sindaco “partecipante alla delibera; se il Consiglio di Stato confermerà la sentenza del TAR, chiederemo conto ai responsabili del danno economico arrecato al Comune così potrà avere capacità di spesa… in maniera tale da avere le risorse per piantare altri alberelli, poiché non è certo nostra volontà toglergli il piacere di godere del profumo dei fiori d’arancio.

F.to

Il gruppo consiliare di F.I e F.d’I.

Coordinamento cittadino Forza Italia – Coordinamento cittadino Fratelli d’Italia

 

Maria Montanaro: l’asssessora leghista dentro e civica fuori.

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Ed ora tutti si aspettano che Maria Santa Montanaro, designata da Giuseppe Nitti quale assessore al Comune di Casamassima, scriva il suo best seller per spiegare a tutti noi, come fossimo bambini di sei anni non scolarizzati, cosa vogliano dire quelle dichiarazioni rilasciate a La Gazzetta del Mezzogiorno venerdì 12 ottobre, anno domini 2018 e raccolte da Valentino Sgaramella.

Il riferimento è quella riunione tenuta al paesello in un bar di via Bari in cui, alla presenza della stessa asssessora Maria Santa Montanaro in veste di padrona di casa e dell’onorevole Pinuccio Gallo e Domi Ciliberti, fu ufficializzato che la segreteria cittadina della Lega si affidasse nelle mani del geometra Leo Rizzi.  L’asssessora Maria Santa dichiara alla Gazzetta che lei nell’attuale compagine amministrativa, benché la sua appartenenza politica sia della Lega Nord di Salvini e nonostante sia stata candidata per questo movimento alle politiche scorse, non rappresenta la Lega, almeno in Giunta e in Consiglio.

(La Voce del Paese – ed. Casamassima del 6 ottobre 2018)

Ed è questo il motivo che dovrebbe spingere l’asssessora al Bilancio a chiarire cosa mai abbiano voluto dire e cosa vogliano rappresentare queste dichiarazioni. Immaginiamo che le giornate che vive l’asssessora al Bilancio siano veramente da non augurare  a nessuno. Appena sveglia legge i giornali, vede i primi TG, segue le pagine social di Matteo Salvini, soffre e gioisce con lui perché parte consistente degli italiani non li capiscono,  ogni tanto invita a iscriversi alla Lega dalla propria pagina facebook, crede nel percorso politico della Lega ma, appena si avvicina in via Vincenzo Savino ed entra in Comune, man mano che si abborda alla stanza da asssessora per accomodarsi sulla poltroncina, abbandona il suo credo e voilà diventa civica e ragiona ed agisce come una civica. Una volta terminate le incombenze amministrative, concluse le riunioni, controfirmate le delibere di giunta e le scartoffie che ogni assessore ha sulla propria scrivania, si riveste dei suoi ideali leghisti e con la bandiera verde si avvolge le spalle ed esce da quel luogo istituzionale per ridiventare quello che è.

Ed è questo tormento interiore che ci piacerebbe capire ed è questo vissuto intimo che l’asssessora Maria Santa Montanaro dovrebbe spiegarci, perché, detto fra noi, una vita d’inferno sarà la sua.

Ma anche chi le sta intorno pensiamo, starà vivendo simile calvario.

In primis Pinuccio Fortunato, che sebbene sapesse che la Maria si fosse candidata con la Lega alla Camera e che “simpatizzasse” per Matteo Salvini, l’ha accettata lo stesso in squadra per sostenere Giuseppe Nitti sindaco. Certo, oggi non ha letto dichiarazioni esplicite della Maria in relazione al senso di appartenenza che in cuor suo prova a dismisura come dichiarato non solo alla Gazzetta, ma, una candidatura alla Camera dei Deputati ed una riunione convention con esponenti regionali di quel movimento in un bar dove si decide di costituire una segreteria politica al paesello e le “pubblicità” al tesseramento per la Lega, non bastano?

Per noi, poveri mortali di sei anni non scolarizzati, sarebbero la pistola fumante, ma Pinuccio precisa che se si dovesse mai accorgere che la politica intrapresa dalla Montanaro si dovesse scostare da quella del movimento civico, il provvedimento è dietro l’angolo. Sarebbe come se la Montanaro fosse costantemente collegata ad una sorta di macchina  delle verità che farebbe squillare le trombe tutte le volte che parla come leghista e non come civica.

Dogmi della politica.

Ma crediamo che Fortunato abbia anche un altro cruccio: quello di non essersi accorto in tempo che anche un altro suo candidato, vedi il destino a volte come può essere crudele, che risponde al nome di Leo Rizzi, candidato consigliere per Rivoltiamo Casamassima insieme alla Montanaro, per giunta,  è passato nelle file della Lega, tradendo gli ideali di civismo portati sui palchi in campagna elettorale.

Ma anche il sindaco Giuseppe Nitti,  preso alla sprovvista da questa repentina (?) presa di posizione dichiarata della Maria, sentitosi con Pinuccio segretario cittadino di Autonomia Cittadina e Rivoltiamo Casamassima, dichiara candidamente che nulla è cambiato e che della Lega neanche l’ombra vede negli uffici comunali e che ognuno della coalizione e della compagine di governo  è libero di simpatizzare per la forza politica che ritiene più vicina ai suoi ideali. Come possano andare d’accordo quelli che simpatizzano destra con quelli che di sinistra sono, è un vecchio dilemma che Nitti sindaco saprà spiegare.

Queste le ragioni che ci spingono ad invitare la Maria Santa Montanaro alla stesura del libro saggio pamphlet a cui, crediamo necessario, debbano collaborare Pinuccio Fortunato, che vedremmo bene come autore dell’introduzione prologo ed il sindaco Giuseppe Nitti come incaricato per la parte conclusiva dell’intera vicenda. Ci permettiamo sommessamente di indicare anche l’editore di tale best seller che non potrebbe che essere Italia in Comune, il partito che ha fatto del civismo ragione di vita e che è riuscito, foto e scritti sono lì a testimoniarlo, ad aprire una breccia nel cuore non solo di Pinuccio Fortunato, che ricordiamo riveste anche il ruolo di segretario cittadino per questo nuovo partito dei sindaci, ma anche di quello di Giuseppe Nitti sempre presente agli appuntamenti che contano.

Pensiamo che anche Federico Pizzarotti, segretario nazionale e Michele Abbaticchio referente regionale di punta di Italia in Comune e lo stesso a noi più vicino Davide Carlucci, siano interessati a capire cosa spinga la Montanaro a soffrire in questo doppio ruolo di essere e non essere leghista con la carica da assessore al fianco di Giuseppe Nitti.

Ci permettiamo di proporre la copertina di tale libro dichiarandoci pronti a devolvere sin da ora i diritti di  copyright al sindaco di Riace per la sua opera di inclusione e ci auguriamo presto che lo possiate trovare in tutte le librerie del paesello a sud est la grande metropoli.

 

 

Giuseppe Nitti e l’assessora della Lega Nord.

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Tempismo perfetto quello di Maria Montanaro, che all’indomani di un Consiglio Comunale senza ombra di dubbio poco lusinghiero per l’intera maggioranza e per l’assessorato da lei guidato, decide, quasi d’emblée, di invitare l’on. Pinuccio Gallo e Domi Ciliberti per ufficializzare la costituzione della Lega Nord di Salvini qui a Casamassima.

E’ stato questo il senso di quella riunione convention presso un bar di via Bari in cui giovedì scorso, alla presenza di una ventina di partecipanti, la Lega mette radici al paesello indicando quale segretario cittadino il geometra Leo Rizzi, candidato alle ultime amministrative con Rivoltiamo Casamassima, la stessa lista che candidò l’avvocatessa che sposa politicamente le tesi del Salvini nazionale.

Ricordiamo che Maria Montanaro, assessore al Bilancio ed artefice involontaria di quella disputa apertasi con le minoranze proprio a proposito di quel Bilancio di Consolidamento che non pochi problemi ha creato, nonostante già candidata con la Lega di Salvini il 4 marzo scorso, aderì al civismo di Nitti candidato sindaco subendo anche un attacco frontale in campagna elettorale da Davide Carlucci, divenuto in seguito, alla stregua di Nitti, sindaco.

Ed è la posizione del sindaco Giuseppe Nitti, oggi, partecipe attivo di quell’Italia in Comune, al centro delle attenzioni. Considerato poi che parte degli assessori presenti in Giunta e liste fondamentali la coalizione, vedi Autonomia Cittadina, hanno mostrato interesse per questo nuovo partito, ci riferiamo ad Italia in Comune,  nato dall’esigenza di arginare la vecchia politica dei partiti, quali le conseguenze politiche?

Un’alleanza programmatica fra Italia in Comune e la Lega di Salvini?

Sembrerebbe fantascienza il solo pensarlo anche dopo aver sentito Federico Pizzazrotti, sindaco di Parma e segretario nazionale di Italia in Comune,  qualche sera fa ad 8 e mezzo dalla Gruber.

Ed allora?

Se è vero, come molti ed illustri commentatori politici affermano, che sarebbero proprio le posizioni di Salvini a fomentare questo clima di “razzismo” e “fascismo” non più latente che serpeggia nel Paese, come potrà Giuseppe Nitti giustificare la presenza oggi, più di ieri, di una esponente di quel movimento politico all’interno della “stanza dei bottoni” della sua amministrazione, che riportiamo alla memoria, aveva fatto del civismo la sua bandiera? E come dovremmo considerare gli interventi del sindaco Nitti a proposito della solidarietà espressa nei confronti  del concittadino Giacomo Petrelli a seguito dell’aggressione subita nella manifestazione antirazzista ed antifascista del 22 settembre scorso a Bari? Ed ancora, come interpretare la presenza di Nitti al presidio antifascista in Piazza Moro a Casamassima di domenica scorsa in cui la Lega non è stata dipinta in termini benevoli?

Lasciando perdere le considerazioni sul civismo elettorale di Nitti che ha “imbarcato” nelle sue fila non solo la Montanaro, che si credeva “pentita” per la scelta fatta il 4 marzo scorso, ma anche altri soggetti politici che mai hanno rinnegato il loro credo di centro destra, quali saranno le decisioni e le conclusioni politiche del sindaco in riferimento, non solo alla presenza divenuta oggi ancor più spinosa della Maria Montanaro all’interno della sua Giunta, ma che decide di strutturarsi come partito con tanto di segreteria politica con, pensiamo, relativa sede?

E poi, la maggioranza che sostiene il sindaco, in larga parte aderente alla società civile, lontana dai partiti e dalle sue logiche, che ha trovato nel vero civismo motivo di impulso affinché si potesse dare un contributo serio e fattivo al governo della Città cosa risponde nella presenza,  pensiamo imbarazzante, di una esponente della Lega?

Ed se credenti  dovrebbero rispondere all’interrogativo che pone Padre Alex Zanotelli.

(Clicca sull’immagine per sentire le parole di padre Zanotelli).

 

 

La polemica non si placa.

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Come se non bastassero i problemi evidenti della maggioranza  che l’ultimo Consiglio Comunale del 28 settembre scorso ha messo in risalto, oggi (6 ott. 18) un articolo su La Gazzetta del Mezzogiorno, continua a gettare benzina sul fuoco.

Ed è sempre a proposito di quel Bilancio Consolidato che si concentrano le polemiche. Approvato dalla maggioranza in tutta fretta, come sostiene il consigliere PD Andrea Palmieri, nonostante la relazione di accompagnamento da parte dell’assessore Maria Montanaro e del sindaco Giuseppe Nitti, che invece di chiarirli quei conti presentati in Aula li hanno resi ancor più indecifrabili, si sta consumando l’annoso compito di capire se quel disavanzo di oltre 5 milioni sia da considerarsi veritiero oppure no.

A parte il tecnicismo burocratico della risposta congiunta Montanaro & Nitti che ci sembra possa andar bene più all’interno di un ufficio finanziario per addetti ai lavori che su un giornale dove i cittadini sono interessati a capire, quei 5.247.940,31 euro, con il segno meno davanti, così come figurano in quel Bilancio Consolidato predisposto dalla Ditta APKAPPA S.R.L. (clicca qui per la determina) e dalla maggioranza tutta approvato, sono o no un disavanzo di cassa?

O dobbiamo rifarci alla dichiarazioni della consigliera di maggioranza Marida Lerede che sostiene sulla stessa Gazzetta: «…ritengo debbano rispondere le persone competenti, l’assessore e no io, le carte parlano chiaro, c’è il parere favorevole dei revisori dei conti».

Che la Corte dei Conti chiamata in causa dai consiglieri Portaccio e Mirizio possa scrivere la parola fine anche per questo?

 

La povertà, il Reddito di Cittadinanza, il decreto ed il balcone. Prima puntata.

Per millenni l’uomo ha tentano di sconfiggere la povertà. Nei secoli le rivolte, gli scioperi, le mazzate furibonde da parte delle forze dell’ordine durante manifestazioni varie e addirittura le rivoluzioni, comprese quelle fatte a ottobre ma era novembre, non sono riuscite a placare la sete della povertà che come una grande bocca, tutto fagocita e tutto inghiotte affinché,  da povero, tu possa ascendere nel migliore dei modi. Nessuno aveva mai studiato il fenomeno nella su interezza e nessuno fra sociologi, filosofi, antropologi, politici e pediatri, che si sono succeduti nella lunga e secolare storia del genere umano, italico, si era servito di un balcone per comunicare che gli studi erano finalmente terminati e che l’attuale governo a guida più verde che gialla annunciasse che:

la povertà può essere soppressa da un decreto.

E così, nonostante le male lingue, finalmente il reddito di cittadinanza promesso da Luigi Di Maio in campagna elettorale e che un botto di voti ha portato a lui e al suo moVimento, è una realtà. La povertà sarà abrogata per decreto e diventerà un solo e triste ricordo. Tutti, ma proprio tutti, compresi quelli che beneficeranno della flat tax (tassa piatta), avranno di che vivere e l’economia tornerà a sorridere. Il Mezzogiorno d’Italia finalmente decollerà ed i giovani, certi di un futuro roseo non avranno più motivi per abbandonare la terra natia in cerca del posto fisso da cameriere a Londra.

Gli iniziali 10 miliardi necessari per la manovra, scesi dopo qualche ora a 8 per l’intervento dei partner contrattuali di governo salviniani, garantiranno, attraverso un bonifico sul bancomat dei poveri che ne faranno richiesta, un accredito mensile minimo di 780 euro che potrà essere utilizzato per acquisti di prima necessità moralmente accreditati. Naturalmente per le famiglie tradizionali, padre maschio, madre femmina e figlio a scelta maschio o femmina, nato dall’unione carnale fra i due senza provette di mezzo, ma battezzato ed iscritto regolarmente al catechismo, il sussidio sarà maggiorato e potrà arrivare anche a 1.600 euro mensili.

Il provvedimento dovrà essere ancora perfezionato e quelle che oggi sembrano incongruenze e contraddizioni su cui molti stanno facendo ironia spicciola per denigrare il moVimento e Di Maio, per gli amici Giggino, saranno presto smentiti e finalmente la verità trionferà.

Ma vediamo in dettaglio quali le criticità messe in evidenza da quelli del PD e di Forza Italia che oramai, in decomposizione nelle urne, tentano di contrastare.

Il povero, cioè colui il quale non dispone a sufficienza di quanto è essenziale per vivere, per sostentarsi, che ha scarsi mezzi economici, che manca del denaro necessario e di tutto quanto il denaro può procurare, perché magari ha perso il lavoro o perché mai è riuscito a trovarlo, neppure attraverso i contratti interinali di un paio d’ore a settimana, si sa che per far passare il tempo, bivacca da mattina a sera sul divano di casa trastullandosi con il bancomat fra le mani e che utilizza a volte per eliminare quelle scorie di cotone radioattivo quasi sempre di colore scuro pallido e puzzolente che si creano fra le dita dei piedi quando è molto che non vedono una lavatina. Bene, il povero facente richiesta protocollata al comune di appartenenza anagrafica almeno da dieci anni, con la domanda per il reddito di cittadinanza (R.d.C.) non potrà più farlo.

Però non basterà solo la domanda. Qualche incombenza in più servirà.

Il povero non dovrà possedere una casa, dovrà dimostrare di non aver praticamente nulla messo da parte e che trascorre il suo tempo sul divano, senza tv, al massimo con una radio a transistor a batterie ricaricabili per l’ambiente, che possibilmente tifi Inter perché così sarebbe più abituato a perdere e che si sposti dal divano al letto per la notte senza pensieri peccaminosi nei confronti della moglie che fanno e producono tanta immoralità.

Dovrà poi, per almeno due ore al giorno, dimostrare di essersi alzato da quel dannato divano per andare in giro nel villaggio alla ricerca di un posto di lavoro. Saranno concepiti moduli appositi in cui il padrone, con un timbro, certificherà l’orario e il giorno della visita del povero in cerca di lavoro. Finite le botteghe del villaggio senza che un lavoro lo abbia trovato, ci diranno se la ricerca da parte del povero dovrà spingersi oltre i confini del paesello. Un dettaglio.

Nel frattempo dovrà essere disponibile a lavorare per 8 ore la settimana presso il suo comune di residenza: giardiniere, operatore ecologico, raccoglitore di cacche canine o deforestazione da marciapiede. Se volesse lavorare nell’ufficio tecnico o in quello degli affari generali perché magari esperto ed anche laureato con 110 e lode con bacio accademico, se lo potrà scordare. Tutti i poveri sono poveri e i titoli di studio non valgono: quella che vale è la povertà.

Uno vale uno.

Dopo queste prime incombenze controllate da un grande occhio che manco Orwell avrebbe mai immaginato, finalmente il 27 di ogni mese, san Paganino, il suo bancomat per incanto sarà caricato con i 780 euri e il nostro povero che povero non è più, potrà andare finalmente a fare la spesa. Ma qui ci sarà qualche nuovo ostacolo da superare. I soldi potranno essere spesi solo ed unicamente per acquisti morali.

Morali? E che vor dì?

Detto fatto.

Fine prima puntata. Continua…..

Casamassima: anche il sindaco Nitti oggi al presidio antifascista.

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Oggi al presidio antifascista organizzato in Piazza Moro a Casamassima, presenti Giacomo Petrelli, aggredito durante la manifestazione antifascista e antirazzista del 22 settembre scorso a Bari dai neofascisti di Casapound, Eleonora Forenza, europarlamentare del Gruppo confederale della Sinistra Unitaria Europea, il capogruppo PD al Consiglio Comunale Antonietta Spinelli, il sindaco di Casamassima Giuseppe Nitti e gli antifascisti ed antirazzisti che non hanno voluto far mancare la solidarietà al concittadino così vigliaccamente colpito dalla violenza fascista.

Smontate tutte le ricostruzioni fantasiose da parte degli aggressori che a Bari hanno fatto si che Giacomo, uno degli aggrediti che ha pagato il prezzo più alto, restano intatte le dichiarazioni dei manifestanti che dal primo momento hanno sostenuto che si trattava, come si è trattato, di un’aggressione nel classico stile squadrista tornate alla memoria. Ricordiamo che Giacomo fra vertebre incrinate che lo costringono ad indossare un busto, punti di sutura alla testa, commozione celebrale e lesioni varie, comprese quelle psicologiche che un’aggressione comporta ha avuto un mese di prognosi.

E sarebbe il clima che ha creato questo governo a legittimare Casapound, organizzazione di estrema destra che non rinnega il fascismo,  a portare la violenza e le aggressioni agli antifascisti che ultimamente stanno in maniera preoccupante interessando le nostre città. Questo il senso del discorso di Eleonora Forenza che poi ha puntato il dito contro la Lega di Salvini che non rinnega le “sue amicizie” con esponenti di Casapound e che sino a qualche tempo fa definiva terroni i meridionali e che oggi con le politiche attuate nei confronti dei migranti lede i diritti di tutti.

Per il sindaco Giuseppe Nitti quella di sabato scorso a Bari è stata un’aggressione alla democrazia e sembra assurdo che nel 2018 una donna di colore debba aver paura di attraversare una strada perché ci sono dei gruppi di fascisti pronti ad aggredire, nonostante la Costituzione della Repubblica garantisca libertà di parola a tutti i cittadini. Bisognerebbe insegnare nelle scuole la tolleranza, il rispetto e a non distinguere le persone per il colore della pelle finendola con la caccia all’immigrato.

Per la Spinelli l’apertura delle sedi della Lega, dovrebbe essere vietata in quanto sarebbero sedi fasciste che fanno demagogia e populismo per ottenere un facile consenso.

Vedremo cosa succederà a Casamassima.

Solo una riflessione a margine di questo presidio antifascista ci permettiamo di sottoporre al sindaco Giuseppe Nitti.

Caro sindaco, quali politiche intende attuare in risposta, e purtroppo anche oggi ne abbiamo avuto conferma, nei confronti dei soliti concittadini di Casamassima, i cosiddetti leoni da tastiera che vivono e si riproducono nell’iperspazio visto che nella realtà delle piazze non esistono, che continuano ad utilizzare parole d’ordine che credevamo finite con Piazzale Loreto e con il rogo delle tesi sulla razza?

Alcuni momenti del presidio.

 

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