Home Blog Page 55

Il lato oscuro di Madre Teresa di Calcutta.

Nata a Skopje il 26 agosto 1910, morta a Calcutta il 5 settembre 1997 è divenuta santa il 4 settembre 2016 per mano di Papa Francesco.

Controversa la missione e la vita di Madre Teresa di Calcutta.

Non è bastato il Premio Nobel per la Pace nel 1979, per allontanare da questa piccola donna vestita con un saio bianco a strisce azzurre, nata in Macedonia e fondatrice delle Missionarie della carità, sospetti, inchieste, dicerie che ancor oggi, a distanza di anni e dopo i miracoli certificati dalla Chiesa, aleggiano intorno al suo nome.

Dal 2002 si dibatte ancora in merito al suo presunto miracolo secondo il quale una donna indiana, Monica Besra,  colpita da un tumore all’addome, non essendo più in grado di sostenere le spese mediche, decide di farsi ricoverare presso un centro delle Missionarie della Carità. La mattina dopo il ricovero, dopo aver detto di aver visto un raggio di luce provenire da una foto di Madre Teresa e dopo aver posto sulla protuberanza dell’addome un medaglione con la stessa effige, il gonfiore scomparve e la guarigione fu assicurata. Oltre i medici, che l’avevano avuta in cura prima del ricovero presso l’ospedale della Santa, neanche il marito della donna credettero al miracolo; era guarita solo per le cure ricevute nei dieci mesi antecedenti il ricovero. Un medico, dichiarò che fu sollecitato dalle Missionarie della carità per sostenere il miracolo. Anche il governo del Bengala Occidentale procedette ad un’inchiesta che escluse si trattasse di miracolo.

Ma non solo dopo la morte la santa è stata al centro di inchieste giornalistiche e non.

Christopher Eric Hitchens, giornalista e saggista britannico naturalizzato statunitense, nel 1992 definì Madre Teresa «il rapace di Calcutta». L’8 novembre del 1994 andò in onda sul canale televisivo inglese Channel 4 un documentario intitolato Hell’s Angels ispirato ad un’inchiesta di Aroup Chatterjee, medico e scrittore nato a Calcutta e naturalizzato inglese.

Tale documentario, mai andato in onda in Italia e negli Stati Uniti, racconta dell’indagine del medico che scopre il culto della sofferenza messo in atto dalla futura Santa con l’assenso di Giovanni Paolo II.

Solo attraverso la sofferenza era possibile raggiungere Dio e sembra che Madre Teresa proprio in virtù di tale convinzione, curasse i malati di cancro con aspirina e a quelli terminali, per lenire i dolori e gli spasmi, non venivano neanche somministrati dei banali sedativi.

Durante una conferenza stampa a Washington, in risposta ad una domanda diretta sul perché non cercasse di cambiare il destino di poveri e moribondi, la Matita di Dio rispose ..

.. ”Penso che sia molto bello per i poveri accettare il loro destino, condividerlo con la passione di Cristo.

Penso che il mondo tragga molto giovamento dalla sofferenza della povera gente”.

Forse le interessava solo ed unicamente convertire anche i moribondi per dedicare a Dio la loro sofferenza?

Aroup Chatterjee scoprì anche che dei 102 centri dichiarati da Madre Teresa destinati per il sostegno alle famiglie sparsi in tutta l’India, lui non ne trovò neanche uno.

Secondo Michael Parenti, un saggista statunitense, la missione di Teresa sfamava a Calcutta ora 1000 persone al giorno, ora 4000, ora 7000 sino ad arrivare a 9000 persone. Quante in realtà mai si è accertato anche se, attraverso testimonianze raccolte sul posto, non più di 150 persone al giorno, per sei giorni alla settimana, riuscivano a soddisfare la voglia di pane.

Ma anche la scuola che la Matita di Dio diceva di gestire per 5000 bambini, in realtà non aveva che 100 iscrizioni.

Milioni di dollari venivano ogni anno donati alla Santa, ma mai si sono potuti vedere i bilanci che potessero indicare come tali enormi quantità di denaro venissero impiegati. Rimangono uniche le associazioni legate a Teresa, in tutta l’India, a non rendicontare le spese.

Madre Teresa, a quanto riportano le cronache, la maggior parte del tempo, lo dedicava a girare il mondo per presiedere a conferenze sulla fame ed alle ingiustizie.

Ingiustizia che la vede combattere strenuamente contro l’aborto quale male incurabile dell’umanità.

Nel 1994, Madre Teresa dichiarò davanti al presidente americano dell’epoca, Bill Clinton e sua moglie Hillary, che “La più grande minaccia per la pace, oggi, è l’aborto: si tratta di una guerra contro il bambino, dell’uccisione di un innocente perpetrata dalla stessa madre»

Frutto del suo fondamentalismo religioso?

Ma le testimonianze che giocano un ruolo determinante sulla figura della Matita di Dio e sui suoi centri, lasciano interdetti. Fra le altre spicca quella di suor Sollima che riporta il Guardian:

«L’ospedale è un hangar con lettini messi in fila sui quali giacciono larve umane in attesa di morire, senza cure, senza assistenza, nella totale indifferenza, le suore a volte passano per fare iniezioni e usano la stessa siringa per diverse persone, i pochi servizi igienici sono latrine sporche. Madre Teresa diceva che il dolore unisce a Dio però quando stava male si curava in un lussuoso ospedale americano e i fondi che raggranellava durante i suoi viaggi promozionali servivano per fondare conventi per le sue suore che si occupano solo di convertire al cristianesimo e non per assistere ammalati e bambini».

Anche Linda Polman, giornalista olandese, nel suo libro inchiesta, L’industria della solidarietà, denuncia molte Ong cattoliche che usano il ricatto religioso: cibo in cambio di abiura di proprie convinzioni religiose e conversione al cattolicesimo. Fra questi “aiuti umanitari” spicca il caso della cosiddetta Madre Teresa di Calcutta. Scrive la Polman: «Ero a Calcutta quando era ancora viva e gestiva un ospedale. Circondato da mura altissime, era il terrore per i bambini che si sentivano dire: guarda che se non stai buono viene Madre Teresa e ti porta via. Di fatto, denuncia la giornalista, varcate quelle mura la gente moriva senza cure mediche e medicine. ( …) I finanziamenti che riceveva in cifre ingenti non li spendeva per l’ospedale ma li accumulava sul proprio conto».

E mentre The Lancer e il British Medial Journal criticavano pesantemente i «metodi da campo di concentramento» praticati nell’ospizio e che

« Tra i malati incurabili finivano spesso anche poveracci, che sarebbero potuti guarire con le cure appropriate, ma che finivano anche loro per morire a causa delle infezioni e dell’inedia», il British Medial Journal aggiungeva: «Gli ospiti della casa di Madre Teresa erano in balia di suore sprovviste di competenza medica, incapaci di fare diagnosi e di rispettare le più elementari precauzioni igieniche. Alcuni medici che hanno visitato la struttura, come il dottor Robin Fox, hanno riferito di aghi di siringa usati e riusati su diversi pazienti, sulla cattiva qualità di cure e di cibo», ed allora perché mai la suora venuta dall’Albania è stata osannata ed addirittura canonizzata dalla Chiesa Cattolica?

Perché mai, nonostante non abbia mai finanziato con le donazioni milionarie raccolte, la costruzione di un solo ospedale fermandosi ad aprire e fondare un piccolo ospizio per moribondi è conosciuta in tutto il mondo come una Santa?

Che la chiesa abbia permesso tutto ciò per un pugno di fedeli in più?

Questo non è un giudizio su Madre Teresa di Calcutta, ma quello raccolto tramite la rete, certamente non pienamente verificabile, non mette la parola fine e quanto affermano le varie dichiarazioni di testimoni, libri ed articoli nel tempo, ma hanno solo lo scopo di capire realmente come stanno le cose e quale sia la verità su questa donna divenuta santa.

Ma penso sia innegabile, tralasciando i presunti rapporti con il dittatore Jean-Claude Duvalier,  il fatto che la Chiesa avrebbe dovuto essere più prudente viste le centinaia di documenti raccolti intorno alla Matita di Dio divenuta ormai un’icona.

Naturalmente ognuno può credere quello che più gli garba.

Vi propongo la visione del documentario andato in onda in Inghilterra a mai in Italia.
https://www.youtube.com/watch?v=ulkfkCS4Xv0

https://www.youtube.com/watch?v=Lc996P2pfSc

https://www.youtube.com/watch?v=y-lpZUNGxrI

La mano del diavolo.

0

C’era una volta un castello.

E c’era anche un conte a capo di quel castello costruito nella roccia di quella montagna che dominava la valle. Ai suoi piedi sorgeva una chiesetta che risalendo verso quel castello dalle trecento stanze, giganteggiava con il campanile quasi più alto della vetta.

Figlio del suo tempo, il padrone del castello e di tutto quello che lo circondava sino al mare, spadroneggiava e con i bravi al suo servizio, tiranneggiava con prepotenza chiunque fosse al suo servizio e per le sue cupidigie e per suoi impulsi, metteva in atto le azioni più atroci solo per soddisfare la voglia di supremazia.

Dio si era dimenticato di questi uomini.

Il corno, il cui suono si espandeva fra quei tuguri vicini e lontani, segnava l’inizio di ordini a cui seguivano, inesorabilmente, atti di sottomissione e di obbedienza.

Le campane scandivano il tempo sempre uguale..

Ma il re che aveva concesso l’uso di quelle terre e di quei possedimenti a quel conte, gli confiscò castello, terre e il contado al suo servizio, assegnandoli, dietro lauta ricompensa ad un marchese.

Con il marchese, il castello e la valle vissero un periodo moralmente superiore e con l’ispirazione di umanità e giustizia che lo contraddistingueva, il popolo, sino a quel momento vessato e tartassato, non gli mosse mai biasimo.

Cavalieri ed uomini coraggiosi pronti a mettere a repentaglio la propria vita, difendevano il loro padrone come bestie da soma. A capo di questi uomini, però,  c’era Peppino, un assassino e un bandito che, dotato di mille arti diaboliche comandava quell’esercito al servizio del marchese.

Da anni, fra il marchese ed un barone che lì vicino aveva le sue terre, perdurava una lotta sorda e continua che non poche volte era sfociata in conflitti micidiali e sanguinosi in cui, come per tutti i conflitti, erano i popoli a pagarne il prezzo più alto. Intere famiglie di contadini, da ambo le parti, avevano provato sulla propria pelle uccisioni, stupri e violenze che non risparmiavano nessuno.

Neanche i bambini.

E le bambine; lascio voi immaginare.

Arrivò il giorno però, che i due feudi vicini, viste le numerose perdite che da ambedue le parti portavano morte e distruzione, decisero di incontrarsi e messe da parte le beghe sui confini, cessando la lotta accanita e feroce, si adoperarono per arrivare ad un accordo.

Anche i popoli a loro sottomessi, parteciparono alla gioia della tregua sperando in un futuro migliore. Sembrava certo ormai a tutti che le azioni vergognose che funestavano i due regni sarebbero terminate.

Per sancire l’accordo il barone chiese ed ottenne dal marchese il privilegio di battezzare un suo nipote che da poco aveva visto la luce.

I festeggiamenti in cui non si distinguevano più i sudditi di uno dall’altro, durarono otto giorni e otto notti. Un tripudio di colori, di braci, di canti e di balli festosi animarono quella moltitudine di persone che non capirono la sciagura che si andava delineando.

Il marchese aveva una figlia. Bella come il sole, non aveva, vista la sua giovane età, conosciuto l’amore. Aveva 18 anni.

Il popolo che, dimenticando sempre le angherie subite e con ancora il sangue dei suoi figli che imbrattava le vesti e le pareti di quelle capanne in legno che tanta violenza avevano sopportato, credette possibile che quella figlia potesse essere promessa in sposa al barone. Il barone, che i più ricordano come uomo probo, gentile e dall’aspetto sobrio e garbato poteva essere lo sposo ideale. Quel matrimonio avrebbe potuto rinsaldare i rapporti fra i due regnanti e sarebbe divenuto certezza di pace e prosperità per tutti. Le donne, che trasformano le pulci in cavalli, davano per certo ed imminente il fidanzamento.

Addirittura le porte delle carceri furono aperte in segno di giubilo.

La figlia del marchese ed il barone, che mai prima di allora avevano posato lo sguardo l’uno sull’altra, si accorsero che l’odio che sino ad allora aveva albergato nei loro cuori, si era tramutato in simpatia. La notte dopo quel primo incontro la figlia del marchese si accorse di essersi innamorata di quell’uomo fantasticando sul suo avvenire al fianco di quel cavaliere che elevava i sui sogni. Anche il barone non dormì quella notte sognando quelle labbra che presto sarebbero divenute sue.

Ma si sa, l’amore spesso nasconde insidie inaspettate.

Il barone volle aver la certezza che i suoi sentimenti fossero ricambiati da quella fanciulla che tanto lo aveva colpito. Chiese licenza al padre della giovane marchesina di poter trascorrere con lei alcuni momenti. La porta rimase socchiusa durante il loro incontro e mentre un turbinio di emozioni si accalcava nei loro animi il barone le confessò quello che il cuore gli suggerì.

Le dichiarò il suo amore e come ricompensa ricevette l’amore di lei.

E quel sentimento vibrò sulle labbra degli innamorati lasciandoli senza parole.

Ma il marchese all’improvviso morì.

Suo figlio, come era usanza, ereditò dal padre il castello, le terre ed il contado che abitava e lavorava quelle terre. Anche la sorella ed i fratellini più piccoli divennero, loro malgrado, esposti alle decisioni del fratello. Dimenticando ben presto gli insegnamenti ed il cammino che il padre gli aveva indicato, decise, senza amore, di sposare Caterina, figlia di un importante e noto gentiluomo per assicurarsi una grande dote ed un futuro più ricco. Il fidanzamento prima e le nozze poi, attirarono nobili e cavalieri da ogni parte. Ma ai festeggiamenti il barone non fu invitato è seppe del fidanzamento sfarzoso e del matrimonio principesco attraverso le cronache di una donna che teneva al suo servizio e che utilizzava come messaggera per la sua amata.

Il figlio del marchese, una volta sposato, decise sorti diverse anche per la sorella. La diciottenne fu promessa in moglie ad un uomo che veniva da lontano ma molto apprezzato dal Re che lo considerava quasi suo pari. E così anche il fidanzamento della sorella con quell’uomo che ella assolutamente  non amava ebbe inizio.

Per il barone questo fu un colpo mortale.

Non ci furono rapimenti, non ci furono rimostranze, non ci furono arrampicate sulle quelle mura di quel castello per raggiungere la donna amata e seppur consapevole della volontà contraria dell’amata a quelle nozze ormai decise, spinto dalla messaggera decise, con la complicità di Peppino, lo sgherro al servizio del vecchio marchese ormai morto, la sua vendetta.

Una mattina gelida, all’alba, in un giorno in cui le campane suonavano a festa, entrò nel castello e le lame delle spade, gli archibugi, le lance, lasciarono una scia di sangue che dal castello su quella montagna, come un ruscello in piena, arrivò a valle.

Nessuna delle trecento porte venne risparmiata. Anche la chiesetta ai piedi del castello divenne un camposanto.

Le guardie nulla poterono contro quella furia omicida che si abbatté sul castello. Il giovane marchese fu raggiunto nelle sue stanze e mentre la giovane sposa veniva uccisa con un fendente di spada, fu legato e tenuto prigioniero. I fratellini, di appena 8 ed 11 anni furono decapitati e le loro teste usate come pendaglio sulle mura del castello. Non si salvò nessuno da quella furia omicida che vide il barone, insieme a Peppino, macchiarsi delle più atroci malvagità che anche i morti mai avrebbero potuto immaginare.

Il barone riuscì ad avere la meglio su quella porta che divideva il suo vecchio amore dalla vendetta. Entrò, la guardò fissamente negli occhi e dimentico dei baci e del sentimento che lo aveva pervaso dal primo momento e alla presenza di Peppino la violentò più volte senza che le lacrime di quella giovane donna scalfissero quel cuore divenuto arido. Si dice che anche a Peppino abbia concesso le grazie della giovane marchese ormai anch’essa circondata da una macchia di sangue.

A metà mattina nel castello non si sentiva più un lamento; il sangue scorreva e neanche un pianto riusciva a lottare contro quel silenzio di morte.

Il silenzio divenne assordante.

A mezzogiorno il contado, che si apprestava all’inizio dei festeggiamenti per la giornata di festa, si accorse, stranamente, che dal castello non giungeva il minimo segnale di vita. Informarono il Prefetto che inviò subito delle truppe per verificare quanto fosse accaduto e quegli uomini, seguiti dal popolo, entrando e salendo quelle scale che conducevano al castello non poterono far altro che contare i morti che intralciavano il cammino.

Vennero uccisi molti di quegli sgherri che parteciparono al massacro, ma il barone riuscì a dileguarsi e con complicità mai veramente perseguite, rinchiusa in un convento quella che sarebbe potuta diventare sua moglie e che lui aveva seviziato e vilipeso si diresse verso la costa e da lì si imbarcò per terre lontane dove morì, trafitto da una palla di cannone, qualche anno più tardi.

Nacque una bambina da quello stupro e si dice fosse di una bellezza cento volte superiore a quella della madre e che portò nel suo cuore,  senza mai sapere le vere origini della sua nascita, la disfatta della madre che ormai stanca della vita aspettò la morte come un’unica possibile liberazione.

Oggi solo distruzione e desolazione. Il tempo però, non è riuscito a cancellare quelle scale che un giorno sono state teatro di una grande  tragedie.

La mano del diavolo è ancora lì a testimoniarlo.

La musica salverà il mondo.

Molti avranno preferito il bagno di mezzanotte, altri la montagna, altri ancora il giardino o il balcone di casa, ma sicuramente quelli che ieri sera, vigilia di ferragosto, hanno affollato il Fantasy Park di Casamassima, sono tornati a casa soddisfatti per la serata allietata dalla musica del Contesto Swing Quintet.

Il quintetto di insospettabili cinquantenni, o giù di lì, tutti conosciuti nel paesello a sud est, ha intrattenuto il pubblico, con due ore di musica fra swing, evergreen e pezzi cult. Passavano da Nicola Arigliano a Louis Armstrong, da Fred Buscaglione a Memo Remigi, da Fabio Concato a Gilberto Mazzi come se la musica fosse per loro un mestiere e non una semplice passione che li vede riscuotere applausi a scena aperta ogni volta che si esibiscono.

Nicola Busco alla batteria, Vito Pirolo al basso, Nico Lomonte alla chitarra, Mimmo Orofino al piano e Gennaro Venoso  al sax e al canto, hanno rallegrato e deliziato i presenti, che fra una birra ghiacciata e la mozzarella filante, si sono dati appuntamento ieri sera anche per ascoltare il quintetto che cantava e suonava portando alla memoria di molti motivetti che ormai fanno parte della nostra storia musicale.

Bravi tutti.

Emergenza abitativa a Casamassima?

Anche la pagina facebook del Comune di Sammichele di Bari da risalto alla notizia pubblicata oggi su La Gazzetta del Mezzogiorno secondo la quale sarebbe stato sventato dalla Polizia Municipale di Sammichele coadiuvata dai Carabinieri di Gioia del Colle, un tentativo di occupazione di un alloggio ex IACP in via Gentile 23, da parte di una famiglia composta da padre, madre e tre figli. Le forze dell’ordine constatavano che la porta d’ingresso risultava manomessa e che una finestra, rotta, era stata presumibilmente utilizzata per entrare nell’alloggio. Una scala in metallo stava lì a testimoniarlo.

Nelle immediate vicinanze del palazzo era presente una donna accompagnata da tre figli minori, che si dice sia di Casamassima.

Ma sono cittadini di Casamassima quelli che per trovare un tetto sulla testa “emigrano” nella vicina Sammichele?

Secondo La Gazzetta sembrerebbe che non sia la prima volta che i senza fissa dimora di Casamassima tentino la strada dell’occupazione di alloggi nella vicina Sammichele. Le numerose manifestazioni senza risultati sotto il Municipio starebbero a testimoniarlo.

Altra grana per il Commissario Prefettizio Aldo Aldi che in questi giorni si è insediato al paesello a sud est?

“… oppure prenderò provvedimenti seduta stante”.

0

Nel contesto normativo attuale è praticamente impossibile violare le regole…

Tuttavia è impossibile che una violazione passi inosservata, non certo per un considerevole periodo di tempo.

(Bernard Madoff)

 

 

«Penso di lavorare con tranquillità e chiedo la collaborazione del personale. Su questo sono molto rigido. Non si può amministrare bene la città senza la collaborazione dell’apparato burocratico.

O l’apparato burocratico ascolta le direttive che il vertice dell’amministrazione comunale, da me rappresentato a partire da oggi, riceve, oppure prenderò provvedimenti seduta stante».

Questo quanto dichiara il Commissario Prefettizio Aldo Aldi alla penna di Valentino Sgaramella, [oggi 6 agosto 2017] su La Gazzetta del Mezzogiorno.

Che la politica abbia bisogno anche della collaborazione della macchina burocratica dell’Ente Comunale è  indubbio, ma da dove vorrà partire il Commissario per far ritornare quella quiete e quella serenità negli uffici che sembra, a detta di molti, compromessa dopo la passata sindacatura? Dalle competenze stravolte? Dal geometra che si trova a fare il ragioniere nell’ufficio ragioneria e tributi o dalla laureata in economia e commercio che oggi si barcamena tra tecnigrafi e calcoli sul cemento armato all’interno dell’ufficio tecnico? O fra i mille incarichi, anche ad interim, dati a funzionari già tanto oberarti di lavoro con i tanti grattacapi da capogiro?

Potrà e dovrà essere preludio ad una riorganizzazione degli uffici quell’ultimatum del dott. Aldi? E quella richiesta di sospendere le ferie al personale, va in questa direzione?

La politica e la burocrazia, annoso e mai risolto problema per il paesello a sud est.

Ma già prima di queste dichiarazioni, l’arrivo del Commissario a Casamassima, il terzo in pochi anni, sembra abbia provocato non pochi malesseri da parte di coloro i quali non hanno visto di buon occhio una personalità, peraltro con quel curriculum specialistico da invidia, alla guida, seppur temporanea, di Casamassima.

Anche parte della politica non sembra gradire questa figura che dopo solo pochi giorni diventa ingombrante.

Ma fa veramente così grande paura una persona che dichiara che la legalità è al centro del suo operato? Che i doveri di tutti e che i diritti dei poveri e dei deboli rappresentano il cammino che si vuol perseguire?

Ma la denigrazione è dietro l’angolo.

Cercare maldestramente di inculcare nell’opinione pubblica il sospetto, a poche ore dall’arrivo del Commissario nella Sala delle Torri, che l’incarico sia solo di facciata e che in realtà nasconda unicamente la sua prossima candidatura a sindaco, sembra celare la certezza che certi equilibri raggiunti possano essere compromessi.

A questo si riferivano vari ambienti quando discettavano se sarebbe arrivato un commissario duro o morbido?

E così, il paesello a sud est, che figura anche negli elenchi “top secret” del Ministero degli Interni, decide di mandare lui, perché conoscendo le sue capacità e quanto abbia prodotto il suo lavoro in altre realtà, alcune delle quali difficili, così come le cronache giornalistiche e giudiziarie riportano, poteva essere la persona giusta al momento giusto.

Aspettarsi qualcosa di diverso dopo le decine di atti inviati alla Corte dei Conti? E come non ricordare le missive indirizzate al Prefetto di Bari finendo con quel ricorso presentato al TAR da cittadini vogliosi di sapere?

Tre commissariamenti consecutivi raccontano la storia che non solo la politica ha fallito miseramente nel paesello a sud est, ma anche le sinergie unitarie che si speravano fra politica e burocrazia, hanno marciato in direzioni opposte e con fini non coincidenti. Ed è per questo che l’appello del Commissario alla burocrazia nostrana assume valenza.

Rivedere sotto la lente di ingrandimento quanto in questi anni ha preso corpo a Casamassima, penso, dovrebbe far piacere a tutti ed allora perché non si aspetta che almeno qualche atto venga prodotto per capire almeno la direzione che si vuol prendere?

Che ora la legalità spaventi qualcuno?

E’ in arrivo il Commissario Prefettizio.

0

Nella maggioranza tutti commentano. Tutti cercano di giustificare, spiegare, analizzare, scomporre, atomizzare quello che hanno rappresentato i due anni di sindacatura di Vito Cessa.

Il sindaco, il segretario del PD locale, la presidente del consiglio “per un giorno” Pasqua Borracci, Nicola Guerra, Leo Rubino e il loro movimento Civicamente, ma nessuno, sino ad oggi, ha avuto il coraggio di dire ciò che afferma Giuseppe Cristantielli, uno degli ex assessori.

«Sono 5 giorni che leggo di tutto e di più.

Cronistorie fatte di, io c’ero ma non ho visto, io non c’ero, io c’ero ma è come se non c’ero.

Avessi letto un c’ero ho sbattuto i pugni ma non sono stato ascoltato, oppure c’ero ma ho fatto finta di niente.

O ancora c’ero ed ho permesso che tutto accadesse nella indifferenza più assoluta.

Oppure, un semplice è stata anche colpa mia.

Tutti innocenti, tutti inconsapevoli della strada che si stava prendendo.
Un mea culpa, no….».

E sino a questo momento, nonostante lui, il Cristantielli, mi sembra l’analisi più giusta e rispondente alla realtà che si potesse immaginare di leggere.

E come dargli torto all’assessore alle acque? Fosse stata la minoranza a decretare lo spodestamento del sindaco nulla da dire, ma le guerre intestine, i veti incrociati, gli accordi sotterranei, i ricatti, i rancori, i risentimenti, le ruggini, le avversioni, tutte interne alla maggioranza.

Interne al PD, partito del sindaco, interne a Libera Casamassima con la guerra aperta fra la Ferri e Nitti, interne sino alla scissione nella lista Vito Cessa per Casamassima, insomma un’Armata Brancaleonide come due anni fa, definimmo tale accordo elettorale scritto sulla sabbia. Le responsabilità del sindaco, uniche ed incontestabili che sceglie, nonostante abbia un partito strutturato alle spalle, di mettere su una lista personale che poi tanti problemi gli ha creato, sino alla caduta, ci appaiono non di poco conto considerato che l’avallo a quei candidati proprio lui lo avrà dato. Non conoscere sino in fondo persone che chiami al tuo fianco nell’avventura della fascia tricolore al collo, è una responsabilità che peserà solo ed unicamente sulle tue spalle. Non riconoscere questi errori basilari è stata una leggerezza certamente non di poco conto. Se a queste scelte sbagliate porgi il fianco anche a sollecitazioni che da ogni dove ti vengono imposte, senza mai aver avuto la forza di denunciarle, il gioco è fatto. Avremmo voluto che il sindaco gli avesse dichiarati gli inviti pressanti.

Chissà se la storia oggi sarebbe stata diversa.

Vedremo come commenteranno e quali saranno le versioni di Giuseppe Nitti, della Nica Ferri, e di tutti coloro i quali ci hanno tenuto impegnati a disegnare e ridisegnare una maggioranza che ogni giorno variava e che ogni giorno aveva nuovi motivi di scontro.

E così, aspettiamo l’insediamento del Commissario Prefettizio che arriva direttamente da Roma.

Ma perché da Roma? Forse non erano disponibili in loco Commissari?

O forse è stato scelto proprio per le sue competenze?

Comunque, se la prassi sarà rispettata dovrebbe insediarsi domani 3 agosto 2017.

Sarà Aldo Aldi, viceprefetto, il Commissario Prefettizio per la provvisoria gestione dell’Ente con i poteri del Sindaco, della Giunta e del Consiglio e per l’approvazione, in via sostitutiva, del rendiconto di gestione relativo all’esercizio finanziario 2016.

Ma chi è il Commissario Prefettizio individuato e nominato nel Decreto Prefettizio del 1° agosto?

Nel suo curriculum leggiamo:

Classe 1958, laureato in Giurisprudenza, abilitato all’esercizio della professione di avvocato, specializzato in diritto Amministrativo e Scienze dell’Amministrazione.

Attualmente lavora per il Ministero dell’Interno ed è a disposizione per lo svolgimento delle funzioni di Commissario Prefettizio nei comuni sciolti per dimissioni del sindaco o per infiltrazioni mafiose.

Nel 2000 è già stato Commissario Prefettizio al Comune di Roccagiovine (RM) dove, è divenuto Sindaco. Carica che ha ricoperto dal 2001 al 2006.

Vice Prefetto presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri – ispettorato della funzione Pubblica, dal dicembre del 2010 ha svolto incarichi che lo hanno visto come verificatore amministrativo contabile al Comune di Anzio, Pompei, Pontecorvo, oltre che 3 Comunità Montane in prov. di Frosinone.

Con il Decreto Prefettizio del 1° agosto 2017, viene sospeso il Consiglio Comunale di Casamassima e viene nominato il Commissario Prefettizio per la provvisoria gestione dell’ente.

E’ stato anche Commissario Prefettizio presso il Comune di Pompei e responsabile per l’accertamento di infiltrazioni camorristiche presso i Comuni di Scilla, Frascati, Roma, Nettuno, Ardea.

Insomma, un curriculum di tutto rispetto.

Non ci resta che augurargli Buon Lavoro.

A chi tocca la croce?

0

Nessuno avrebbe scommesso che il Cessa sindaco sarebbe inciampato sino a cadere, nella trappola del Rendiconto. Rendiconto e bilancio, due delicatissimi passaggi che fanno si che l’attività amministrativa di un comune possa proseguire senza intoppi. E così, come una famiglia fa i conti quotidiani per decidere se comprare la camicetta nuova, fra le entrate, sempre poche, e le uscite, sempre troppe, così anche la vita di un comune si basa fra i denari che entrano e quelli che escono.

Eppure con la giunta tecnica ed un assessore esperto al ramo e con quello smembramento degli uffici che portavano a quell’incarico ad interim per la copertura della ragioneria e tributi a favore di una funzionaria già oberata di tanto lavoro e responsabilità, nessuno avrebbe mai pensato che ciò potesse avvenire. Eppure i collaboratori più stretti li aveva scelti il sindaco, ed allora cosa è successo?

Che gli abbiamo remato contro sino a formulare conteggi di cassa che non convincevano i consiglieri? Sarebbe difficile crederlo.

Ed allora, quali le reali cause della caduta rovinosa?

Essersi circondato di giovani alleati, mi riferisco alla Verna e al giovane Nitti che poi gli hanno voltato le spalle? E perché?

Oppure essersi fidato sino alla fine della vecchia competitor delle primarie, la Nica Ferri, che una volta defenestrata dalla presidenza anche lei, sentendo il peso delle responsabilità, abbandonava?

Sarà stato il PD, il suo partito, che spaccatosi inesorabilmente dopo la cacciata dei suoi dalla giunta, frantumando il consenso si è scisso con una parte, quella fuori, alla ricerca di ogni possibile inciucio pur di farlo cadere?

O saranno state le scelte scellerate che ha perpetuato in questi due lunghissimi anni?

La questione acqua potabile?

Le scuole chiuse con i bambini in affitto?

Gli alberi abbattuti e i marciapiedi ancora impraticabili?

La differenziata, l’aumento delle tariffe e un servizio che non soddisfa pienamente?

Oppure le tante promesse regalate in campagna elettorale come caramelle ai diabetici?

O viceversa quegli atti amministrativi che solo a leggerli, quanti ne abbiamo letti, ti viene il mal di mare?

Da qualsiasi parte la volessimo analizzare questa caduta rovinosa, al centro ci sarebbe sempre lui e le sue scelte che molte volte ci hanno lasciato basiti, senza neanche più la forza di controbattere tanto erano assurdamente indifferenziate.

Avrebbe potuto dimostrare quello che qualcuno, pochi in verità, oggi ancora gli riconoscono, ma per la sua voglia di indossare quella fascia a prescindere, ha buttato alle ortiche quella dignità politica che gli avrebbe permesso di mandarli tutti a casa quegli strani consiglieri, soprattutto di maggioranza, che si imponevano chiedendo.

Cacciare i tre assessori PD che quasi le lacrime gli vengono quando li nomina, a favore di quel crono programma farlocco e quella giunta tecnica, è stata la sua condanna a morte. Come non capirlo?

Come non capire i rimasugli del PD che gli davano ancora credito disbrigando una politica che se fosse stata almeno democristiana sarebbe stato meglio? Ma no, lui imperterrito, dal divano di casa certificava quella fine che tempo ci voleva, ma sarebbe arrivata; come è arrivata.

Sparare sul segretario cittadino del PD sarebbe la cosa più facile, ma bisogna riconoscere che è stato l’ultimo ad abbandonare la nave che il comandante portava rovinosamnete sugli scogli. Pensiamo che l’abbia fatto solo ed unicamente perché era il PD, quello grande, quello importante, non quello del paesello a sud est, a chiederglielo e lui, da buon gregario, ha messo in campo tutto, sino a qualche ora dall’inizio dell’ultimo Consiglio Comunale pur di allontanare l’amaro calice della sconfitta.

Non sappiamo come l’abbiano vissuta i malmenati, Palmieri, Bagalà e la Spinelli, quel repentino dietrofront che ha visto il partito ora stracciarsi le vesti per il loro allontanamento coatto e poi tentare l’ultima carta dell’appoggio incondizionato a Cessa.

I consiglieri Rella, Borracci e Manzari, hanno fatto tutto quello che era nelle loro possibilità: nulla.

Allora su chi la croce?

Sulla giovane consigliera anziana Stefania Verna e il suo fedele amico di banco Donato Fortunato? Eletti nella lista di Cessa l’abbandonano quasi subito portandosi dietro quella violenza psicologica che persa l’asssessora di riferimento, li porta ad occupare i banchi della minoranza.

Perché in questa consiliatura, tutti hanno chiesto e tutti hanno ottenuto.

Strani entrambi questi consiglieri, guidati dal pigmalione sino a qualche tempo fa occulto, che indicava il cammino: qualche scossone lo hanno preso. Dovevano ancora asfaltare di nuovo via Bari.

Se dovessimo ricordare quei documenti al fulmicotone indirizzati al sindaco che si sono rilevati scritti sulla carta untuosa che avvolge la mortadella, ci accorgeremmo della loro valenza. Donato Fortunato tornerà al suo lavoro, ci auguriamo, e la Stefania? Dovrebbe proseguire la sua carriera.

Sarà ancora la consigliera anziana? E con chi?

Giuseppe Nitti, giovane rampollo della dinastia.

Beh certo, anche per lui, se dovessimo aprirlo, ne troveremmo di scheletri nell’armadio. Ma se il PD ne esce distrutto e disintegrato questo è merito del giovane avvocato, che guidato dall’Alessio, sempre presente nei momenti più disgraziati per la politica nostrana, ha saputo imporre l’agenda. Perché? Perché l’onta della non nomina di Giuseppe Nitti alla presidenza del consiglio andava lavata e si sa, la vendetta a freddo fa più male. Ed allora prendevano forme le mille invenzioni geniali dell’avvocato segretario di Libera Casamassima, il quale si inventava il crono programma, la richiesta degli assessori tecnici svincolati dai partiti, ma non dalle amicizie e quel voto sulla sfiducia alla Ferri che la presidente non la poteva fare.

Hanno preparato meticolosamente, sin dall’inizio (ricordate le primarie con il PD in affanno?) il loro cammino che si è rivelato come quello di Attila: dove passano non cresce più erba.

Ma solo sul nostro, di prato.

Giuseppe sicuramente continuerà la sua carriera politica, è il nome che lo impone, ma non sappiamo come e non sappiamo con chi, ma pensiamo che se saprà scrollarsi di dosso quel segretario scomodo del suo movimento e se saprà essere meno presuntuoso, meno saccente e se si spoglierà della spocchia che lo ha contraddistinto in alcuni momenti, potrà far meglio.

Il voto contrario che ha determinato la caduta di Cessa lava in minima parte la politica incoerente del Nitti Giuseppe che lo ha visto, a secondo della convenienza del momento, passare dalla maggioranza alla minoranza come i bolidi di formula uno che sfrecciano veloci ad oltre 300 chilometri orari.

Ma Giuseppe che beneficio ha tratto da questa strana vicenda?

Manco lui lo sa.

E sulla Nica Ferri assente nei Consigli che contano, ne vogliamo parlare?

Eletta con un “inciucio” dalle minoranze come Presidente del Consiglio, entra subito in maggioranza e fonda pure lei il suo movimento ad personam. Si elegge il segretario, partecipa dal primo momento alle riunioni di maggioranza e diventa pedina fondamentale. Anche attraverso la sua Fondazione, di cui è presidente, comincia a farsi conoscere nei confronti del grande pubblico. Come presidente del consiglio, più volte, con i suoi voti, ha giurato eterna riconoscenza nei confronti del sindaco, riconoscenza che è venuta meno quando il sindaco nulla ha potuto affinché fosse la Borracci a soffiarle il posto.

Il sindaco Cessa con le presidenze è stato veramente sfortunato.

Prima ha perso il Nitti, che gli ha remato contro anche quando sembrava che lo seguisse, e poi la Ferri, che persa la poltrona accusava “colpi di freddo” che le impedivano di partecipare ai lavori consiliari anche se la colonnina di mercurio segnava 40 gradi all’ombra. Continuerà la sua avventura politica? Pensiamo proprio di si e azzarderemmo pure con chi, ma preferiamo lasciare la suspense.

Lui, il sindaco, doveva amministrare; non aveva tempo di consolare prima il Giuseppe e poi la Nica. Che volete, lui è così.

Avrebbe dovuto aggregare, far sintesi, ma è riuscito solo a dividere.

Che sia la Arianna Zizzo a portare la croce?

Eletta nelle file del PD quando vede che le cose si stanno mettendo male che fa? Esce dal PD, dice di essere espressione delle ACLI e succede l’impensabile: uno degli assessori tecnici su cui Cessa punta tutto è proprio dello stesso paesello della Arianna: Gioia del Colle.

Quando uno dice il fato che ti combina.

Andrea Palmieri, in coppia con lei durante la campagna elettorale pensiamo aspetti ancora chiarimenti.

Ma no, crediamo che la croce debba portarla la Giovanna Nero.

Entrata in consiglio dopo la nomina di Giuseppe Cristantielli assessore alle acque, ha svolto per senso di appartenenza il suo compito votando sempre e comunque si.

A proposito, anche la Nero era espressione della lista Cessa.

Gettone di presenza guadagnato e meritato.

Che siano il Guerra Nicola, dentro il consiglio, in coppia con il Rubino Leo, fuori del consiglio, a portare non dico la croce, ma almeno i chiodi?

Leo Rubino, Nicola Guerra che entra in consiglio dopo le dimissioni di Raffaele Bellomo, tutti provenienti dalla lista Cessa e poi fuoriusciti e fondatori di un loro movimento, Civicamente, tentano maldestramente di trovare unità di intenti per il nuovo corso di Vito Cessa dopo la seduta sul divano di casa, con i Nitti. Ma che potevano loro, poverini, con la loro barchetta sgangherata contro il caccia torpediniere Nitti? Annientati come le mosche cavalline che tanto fastidio danno alle vacche. O alle capre?

Hanno bisbigliato qualcosa di incomprensibile e si sono lasciati cullare dalla notorietà delle meteore. Che faranno?

Se qualcuno volesse fare qualcosa con loro, ci pensi. Inefficaci.

La croce la devono portare le minoranze?

Litigiose fino all’inverosimile (che ne sapete voi poveri mortali), giocano qualche carta. Qualcuna gli va bene, qualcun’altra no. Iniziano le arringhe e poi all’atto di concluderle si sciolgono come neve al sole. So fatti così. Sembra che debbano spaccare il mondo ma è stato il mondo a spaccare loro. Errori ne hanno fatti e per questo non credo meritino menzioni speciali. Rimandati a settembre.

Ed allora, sta croce chi la deve portare?

E se sia proprio lui, l’ex sindaco Vito Cessa, l’unico pretendente?

12 assessori non gli sono bastati in due anni di consiliatura. La Silvia Lioce che lo abbandona sbattendo la porta e sulle cui dichiarazioni nessuno ha chiesto ancora conto, e poi il Cristofaro, il Palmieri, la Spinelli, il Bagalà, la Barone, il Cristantielli cacciato con ancora quel completino blu comprato per l’occasione e con i tecnici da contorno.

Un’amministrazione fatta di faremo, progetteremo e vedremo, che ci lascia due scuole in sfacelo, non contando ancora i bambini nel garage di via Lapenna, verde distrutto, strade ancora groviera, raccolta differenziata con mille risvolti ancora da chiarire e con tariffe da capogiro, con il centro di raccolta comunale ancora nei libri dei sogni e con gli uffici smembrati ed incarichi ad interim, con un contenzioso alle stelle, debiti sempre più fuori bilancio, con atti incomprensibilmente pieni di refusi da far girare la testa, con un tessuto sociale disgregato, attività culturali pari allo zero, paesello sempre più dormitorio, spazi verdi per i piccoli non pervenuti, con possibilità per i giovani, assenti e con gli anziani ancora parcheggiati in piazza; teatri neanche l’ombra, associazionismo che coltiva solo il proprio orticello, insomma, ci lascia un paesello peggio di come lo ha trovato.

Altro che Baden-Powell.

Ha iniziato con i cani; vi ricordate la microchippatura gratuita?

E finisce con i cani: sgambatoio per i pelosi in via Taranto.

Un parco giochi per i più piccoli chiedevano gli abitanti della zona.

Anche i cani vanno salvaguardati, non solo i bambini.

Ormai è fatta. Non si può tornare indietro.

Ma se il dott. Vito Cessa, dopo quella sequela di vedremo, progetteremo, faremo volesse tentare ancora l’avventura di indossare la fascia da capitano? Potrebbe fondare un suo movimento, farsi una lista che porti il suo nome, aprire magari un circolo che si chiami Fuori dal Comune, circondarsi di giovani volenterosi e speranzosi, tappezzare le strade con manifesti 6 per 12 ed usare come slogan: #Differenza.

Quasi quasi gli vendo l’idea.

A proposito: il commissario sarà morbido o duro?

Ma che significa morbido o duro?

Una cosa è certa dopo questa consiliatura da incubo: non leggerò più una delibera di giunta, una determina, una ordinanza o qualsivoglia atto pubblicato sull’Albo Pretorio e non seguirò più un consiglio comunale, ve lo giuro.

Perché è lì che si vede come funziona o non funziona un’amministrazione, mica su facebook.

Ma che succede alla Pro Loco di Casamassima?

0

Associazionismo in subbuglio per un bando regionale triennale da circa duecentomila euro, titola La Gazzetta del Mezzogiorno di oggi, 31 luglio, a firma di Valentino Sgaramella.

La famosa Delibera di Giunta n. 142 del 21 luglio scorso, compresi i suoi allegati, continua a suscitare apprensione. Alle dichiarazioni della Luisa Valenzano, socia della Pro Loco, che  dichiara di non sapere in che modo e a che titolo il suo nome figuri fra i responsabili organizzativi, artistici o tecnici, si aggiungono quelle del Vice Presidente della stessa Pro Loco, Mino Morgese, il quale dichiara al giornale: «Anzitutto nella delibera di giunta non figurano le associazioni dei cartapestai che realizzano gli enormi pupazzi in cartapesta alla sfilata del carnevale».

Aggiungendo:«Fummo contattati dall’assessore Cupertino all’inizio di giugno e sollecitati a presentare il progetto in tempi brevissimi», ma «Il progetto è completamente diverso dall’idea che conoscevo io; sto pensando di dimettermi».

Ricordiamo che Mino Morgese, oltre a ricoprire la carica di vice presidente della Pro Loco di Casamassima, è anche Presidente dell’associazione I maestri della Cartapesta, da sempre impegnata nell’arte della cartapesta e vincitrice dell’ultima sfilata della Pentolaccia.

Anche il Presidente della Pro Loco, l’arch. Antonio Pastore, interpellato da Sgaramella, dichiara:«Noi teniamo una riunione ogni martedì e tutti sanno tutto; questa presidenza intende non essere più servile rispetto al Comune partecipando a bandi regionali».

Poi, secondo l’estensore dell’articolo, il Pastore sbotta e dichiara:«Né io né mia figlia prenderemo un euro, è un’adesione della pro Loco, nessuno di noi ha mai firmato una convenzione con il Comune e le torte le lascio spartire ad altri».

Tralasciando il servilismo cui accenna il Presidente della Pro Loco che non sappiamo proprio a cosa lo riferisca, lascia senza fiato l’affermazione secondo la quale nessuna convenzione è stata mai firmata con il Comune di Casamassima, ed allora gli allegati A e B ed il relativo Bilancio di Previsione a corredo della Delibera di Giunta n. 142, chi li ha redatti? Possibile che l’errore sia stato così madornale da indicare persone sia all’oscuro dell’inserimento nel progetto, vedi la Luisa Valenzano e sia responsabili artistici ed organizzativi sul cui lavoro sarebbe previsto un compenso e che dichiarano altro?

E per quale motivo se tutti all’interno della Pro Loco di Casamassima sanno tutto proprio in virtù delle riunioni del martedì, perché il vice presidente Mino Morgese vorrebbe addirittura dimettersi? E perché mai associazioni di cartapestai, visto il progetto, non figurano nel bando regionale presentato dal Comune di Casamassima così come afferma il Presidente Morgese?

Un’ultima curiosità: Chi si spartirebbe le torte?

Nelle foto sotto si riporta lo stralcio dell’allegato A e B dove sono indicati i vari responsabili e il Bilancio di Previsione dove sono indicati i compensi annuali, entrambi a corredo della Delibera di Giunta n. 142 del 21 luglio scorso.

Per chi volesse approfondire: La pentolaccia è fuori fuoco e Il pentolone delle meraviglie

Ringrazio il dott. Valentino Sgaramella per avermi citato nell’articolo.

Il Pentolone delle Meraviglie (2).

0

Il Bando di Avviso Pubblico della Regione Puglia per il triennio 2017-2019 sulla cultura a cui il Comune di Casamassima ha aderito con il progetto “Pentolaccia Casamassimese – un Carnevale nel Paese Azzurro delle meraviglie” e di cui abbiamo parlato in altro post, si tinge di giallo.

Sembra, secondo le dichiarazioni rilasciate dalla Luisa Valenzano su un social, che la stessa sia del tutto inconsapevole del fatto che sulla documentazione ufficiale preparata dal Comune e presentata in Regione, lei figurasse come Direttrice Artistica dell’evento.

Ricordiamo che figurano anche il presidente della Pro Loco Antonio Pastore, Luna Carmen Pastore e Marilena Rodi insieme alla Pro Loco Casamassima, Fondazione Don Sante Montanaro ed il Comune stesso.

Tralasciando i giudizi della Valenzano su quanto scritto dal sottoscritto in cui si dava notizia di quanto “partorito” dalla Giunta Comunale di Casamassima l’artista, vincitrice di numerosi premi e riconoscimenti, ma non quello della buona creanza, scrive, dopo le invettive indirizzate al sottoscritto:

«Mi piace questa storia soprattutto perché non ho firmato nulla. Probabilmente avete letto una bozza di progetto …. Non so davvero».

E no, Luisa Valenzano, non abbiamo letto una bozza di progetto, ma il progetto così come allegato alla Delibera di Giunta n. 142 del 21 luglio 2017, pubblicata sull’Albo Pretorio del Comune.

Di seguito aggiunge:
«La reale direttrice artistica che non sono io di certo, non ha nemmeno letto tutto questo.  E’ stato presentato un progetto ufficialmente, probabilmente una bozza
, [ma se il progetto è stato presentato ufficialmente, come fa ad essere una bozza? ,ndr] dove si fa il mio nome erroneamente. Ho altri impegni e altri lavori di cui mi occupo che affronto con maturità e serietà, per questo non posso essere inserita in questo progetto. Non posso chiedere scusa io ma qualcuno deve chiedere scusa a me».

 

Da queste ulteriori affermazioni sembrerebbe che la Valenzano sappia chi debba rivestire il ruolo di direttrice artistica, ed allora perché non lo comunica? Ma come mai figura il nome e il nutrito curriculum della Luisa Valenzano su di un progetto Regionale a sua insaputa? Chi ha redatto gli atti? E soprattutto, come gli ha redatti?

Aspettiamo una smentita ufficiale della Luisa Valenzano attraverso organi di stampa o secondo le modalità che lei riterrà più opportune e al tempo stesso chiediamo ai firmatari della Delibera di Giunta n. 142 del 21 luglio 2017 e suoi allegati, con a capo il Segretario Generale, ai funzionari interessati, al sindaco ed assessori firmatari, Di Donna Angela e Cupertino Giuseppe, circa la regolarità e la giustezza della documentazione pubblicata sull’Albo Pretorio del Comune di Casamassima.

 

A correzione arrivano le scuse della Luisa Valenzano. Grazie.

La pentolaccia è fuori fuoco.

1

Non c’è niente di più falso nel sentire i soliti che, non volendo sottostare alle regole della differenzazione, criticano a più non posso l’attuale amministrazione comunale che non organizza mostre ed eventi di spessore e non che possano attrarre, oltre che gli apatici e sonnolenti cittadini del paesello a sud est, anche quelli che dall’esterno possano ammirare quell’illusione di Paese Azzurro con le chianche dismesse e con la maggior parte delle casupole lasciate all’incuria e all’abbandono.

Compresa la sosta sul sagrato della chiesa.

Ci voleva la Regione Puglia, con quel bando di Avviso Pubblico, per il triennio 2017-2019 per sostenere  iniziative progettuali che promuovendo la cultura, come componente fondamentale del territorio e della cultura stessa, fattore di sviluppo economico e sociale, in accordo con le linee di programmazione regionale, nazionale e comunitaria, al fine di favorire il rapporto tra tradizione ed innovazione nella valorizzazione delle identità e del patrimonio culturale, storico, artistico, performativo, figurativo, letterario, antropologico, sia materiale che immateriale affinché il Comune di Casamassima, si svegliasse e prendendo la palla al balzo, progettasse e mettesse in campo la sua proposta.

In ATS con l’Associazione Pro Loco Casamassima e la Fondazione Monsignor Sante Montanaro di Casamassima, vara il progetto a valenza  triennale finalizzato alla  valorizzazione della “Pentolaccia Casamassimese – un Carnevale nel Paese Azzurro delle meraviglie”.

Meraviglie nel paese azzurro?

Ma esiste l’atto di costituzione dell’ATS?

Quisquiglie e pinzillacchere.

Il progetto ha un costo complessivo, per i tre anni in cui dovrebbe svolgersi e per cui si richiede il sostegno regionale, di € 181.974.

Di questi, € 105.533,28 sarebbero a carico della Regione, € 61.444,72 a carico del Comune e € 15.000,00  a carico di Aziende locali private attraverso sponsorizzazioni.

Come si possa in anticipo prevedere a quanto ammontino le sponsorizzazione è un mistero.

E così, l’architetto Antonio Pastore, Presidente della Pro Loco ed esperto di organizzazione di eventi culturali si occuperà della direzione organizzativa-gestionale;

Luna Carmen Pastore, sua figlia, con esperienza pluriennale come operatore didattico e turistico e in attività di educazione ambientale, storico-culturale ed escursioni guidate nel territorio della Provincia di Bari, diventa responsabile organizzatrice;

Luisa Valenzano, ex componente del direttivo dimissionario della Pro Loco, artista figurativa, ricoprirà la carica di direttrice artistica e per finire la

Marilena Rodi, con esperienza pluriennale in organizzazione di eventi culturali con particolare riferimento a mostre, presentazioni libri e organizzazione concorsi e premi e lavoratrice presso la Fondazione Monsignor Sante Montanaro nell’ambito di tale progetto sarà il responsabile organizzativo/artistico delle attività svolte dalla Fondazione.

(Auguri Marilena, non sapevamo di questo tuo nuovo lavoro).

In questa proposta al vaglio della Regione, anche l’Auchan è presente in quanto ospiterà una sfilata promozionale all’interno degli spazi del Centro Commerciale.

Ma come? un Carnevale nel Paese Azzurro delle meraviglie e poi si decide di far sfilare il carnevale al Centro Commerciale?

L’Auchan sempre più come Piazza Moro. Mah!

Sbirciando il Bilancio Previsionale dell’evento, a parte gli 8.000 euro annuali destinati per i costi di stampe, distribuzione e affissione locandine, manifesti, ecc., i 2.000 euro annuali per affitti vari di spazi per realizzare le attività, i 3.000 euro annuali  per prestazioni professionali per consulenze (commercialista, consulenze del lavoro, consulenze giuridiche, consulenze economiche, consulenze tecniche, ecc.),  2.000 euro annuali per ufficio stampa e  per costi per prestazioni professionali (riprese video, registrazioni audio, servizi fotografici, ecc.), i 1.300 euro annuali per costi di pubblicità, sembra che la parte del leone la facciano i compensi per il responsabile artistico, 3.000 euri annuali, 13.000 euro annuali per il personale artistico, i 2.000 euro annuali per il personale artistico e i 3.358 euro annuali per gli oneri totali sociali per il suddetto personale, per un totale, per i tre anni di attività, pari a € 64.074,00.

Sarà un caso, ma l’integrazione in riferimento al Bando Regionale che il Comune di Casamassima dovrà prelevare dalle proprie casse, è pari al costo del personale.

Le nostre conoscenze sono estremamente limitate, ed è proprio grazie a questa limitatezza che non ci vede esperti né tecnici, né artistici, che i quasi 61 mila euro all’anno, di cui oltre 20.000 per pagare le varie direzioni organizzative gestionali ed artistiche,  per far si che la Pentolaccia Casamassimese si attui, ci appaiono troppi.

Ma la Pentolaccia Casamassimese non era quella manifestazione che vede sfilare, quando va tutto bene, due carri allegorici, le scolaresche vestite ora da cipolla ed ora da bruchi con i genitori ed i nonni a contorno e con le caramelle gettate fra la folla quando i bambini sono già a casa come è avvenuto l’anno scorso? Ed è possibile una spesa di oltre 20.000 euro annuali per elargire compensi a direttori artistici, organizzativi e gestionali per una decina di giorni di lavoro che con la sfilata del sabato e poi quella della domenica è già finito? Quali le previsioni fantasmagoriche di benefici per la collettività, per gli esercizi commerciali? Di quanto si smuoverà l’economia stagnante del paesello con la sfilata anche al Centro Commerciale?

Non ci vorrebbe più oculatezza nello spendere denaro pubblico?

Perché sia i denari della Regione che quelli comunali sempre pubblici sono.

This function has been disabled for Maurizio Saliani.