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Eccoti servito. Che sia inciucio?

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E’ quanto pubblicato dalla consigliera Arianna Zizzo sulla sua pagina facebook, oggi alle ore 18.05, ad innescare una serie di considerazioni che non possiamo esimerci da fare.

La consigliera ex PD, oggi divenuta rappresentante delle ACLI, riporta un testo, controfirmato da tutti i consiglieri di maggioranza , compreso il Cessa sindaco, in cui si afferma:

..«i consiglieri di maggioranza dichiarano che non saranno presenti al prossimo consiglio comunale, [quello di oggi, 26 maggio, ndr] né in prima, né in seconda convocazione, e che lasceranno ai consiglieri di minoranza la facoltà di eleggere il presidente, scegliendolo tra uno di loro, con la certezza che questi sarà di garanzia per tutto il consiglio comunale».

Una maggioranza che non riesce neanche più ad esprimere una preferenza al proprio interno che possa ricoprire la carica di presidente del consiglio, non è più una maggioranza, ma un coacervo di “interessi personali”, di “strategie personali”, di “rancori personali”, di “sfiducie personali” e di “fini personali” oramai non più contestabili. Ed infatti sono loro stessi, i firmatari del documento, Vito Cessa, Pasqua Borracci, Nica Ferri, Nicola Guerra, Antonio Manzari, Maria Giovanna Nero, Giuseppe Nitti, Giacinto Rella e Arianna Zizzo, a certificarlo, chiedendo prima un confronto con le minoranze, abbandonando l’aula e poi con la farsa vergognosa di comunicare l’assenza strategica dall’aula sia in prima che in seconda convocazione.

Non sappiamo se sanno, con in testa il Cessa sindaco, che la seconda convocazione per la nomina del presidente del consiglio, considerata la maggioranza qualificata necessaria per la sua elezione, non sarà comunque valida.

Ci vorrà una ulteriore convocazione di consiglio.

Si ignorano le norme o si sbaglia volutamente sapendo di sbagliare?

Aspettiamo quanto deciderà la conferenza dei capi gruppo convocata per lunedì mattina.

Tutto lasciato, secondo questi sopraffini nuovi e differenti consiglieri che neanche fra loro vanno d’accordo, nelle mani delle minoranze.

Le minoranze, altro tasto dolente che questo paesello a sud est sopporta pazientemente.

Sembra, che oltre ad un ulteriore documento – impegno ancora «segreto» firmato in maggioranza in cui spiccherebbe la firma di … (omissis), ci sia anche un altro scritto, ma questa volta delle minoranze, che vincoli i propri consiglieri a votare un componente delle minoranze come presidente del consiglio.

Ma a questo punto, pensiamo impossibile che si dia seguito a questo impegno, vista la strada tracciata dalle maggioranze. Se tale strategia poteva servire, in presenza della maggioranza, a deriderla sul piano politico scegliendo un soggetto diverso da quello su cui la maggioranza stessa puntava, oggi, con la volontà conclamata di lasciare ogni decisione alle minoranze, l’unica strada ancora da percorrere, per le minoranze, sarebbe quella di non cadere nella trappola di essere considerati come «utili idioti» e per dirimere le contraddizioni altrui. Le minoranze, pensiamo, debbano porsi seriamente il problema se pagare lo scotto di essere considerate benevole, condiscendenti, cortesi, disponibili e gentili al limite di poter pensare ad un mega stratosferico inciucio con la maggioranza, oppure  pretendere da parte della maggioranza quella correttezza istituzionale, quel rispetto dei ruoli che passa attraverso l’ossequio che tutti debbono nei confronti dei cittadini.

E dopo le polemiche stucchevoli da parte del segretario del PD sul manifesto delle minoranze che in questi giorni ha conosciuto i muri del paesello, vedremo se una volta il Movimento di Caravella, Pinuccio Fortunato con i suoi tre consiglieri, Rino Carelli, Gino Petroni, Stefania Verna e Donato Fortunato sapranno trovare la quadra.

Ci volevano anche le minoranze spaccate al paesello a sud est.

Quando si dice #mainagioia.

La nuova stazione di servizio.

Per qualcuno avrebbe dovuto aprire oggi (?) la stazione di servizio che sta sorgendo sulla rotonda Auchan che fa da “spartitraffico” sulla Casamassima Noicattaro.

Per quello che si può capire l’ingresso (foto 1) per le auto assetate di carburante sarà immediatamente dopo la rotonda verso Noicattaro, mentre l’uscita dalla stazione di servizio, interesserà una stradina laterale (foto 2), appositamente allargata, che da direttamente sulla rotonda.

Non oso immaginare cosa potrà accadere quando il centro commerciale sarà preso d’assalto dall’orda di consumatori compulsivi domenicali e da quelli che per passare in tranquillità Pasqua e Pasquetta, compreso il 25 aprile e l’imminente 2 giugno, affolleranno non solo il centro commerciale, ma tutte le arterie ad esso collegate: svincolo sulla Statale 100, ponte, rotonda con annesso accesso.

Ma cosa succederà su quella rotonda se si metteranno di mezzo anche le auto in coda per la stazione di servizio sia in entrata che in uscita?

Ci vorrebbe un piano traffico alternativo.

 

(Nelle foto i lavori che proseguono senza sosta anche oggi. Nello stralcio di mappa Google, l’ingresso e l’uscita ipotetici dalla stazione di servizio).

A proposito della Presidenza del Consiglio.

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Durante il Consiglio Comunale del 18 maggio scorso il Manzari chiede alle minoranze … «di favorire insieme proficuo e reale confronto istituzionale tra tutti i membri del Consiglio Comunale per addivenire a una soluzione che possa essere il più condivisa possibile»….

Subito dopo questa dichiarazione, con in testa il sindaco, la maggioranza abbandona l’aula consiliare.

Ma dove dovrebbe avvenire questo proficuo e reale confronto istituzionale?
Quale il luogo deputato per addivenire ad una soluzione che possa essere il più condivisa possibile?

Ma non dovrebbe essere l’aula consiliare il luogo istituzionale dove maggioranza e minoranza si confrontano per addivenire ad una soluzione? La maggioranza consiliare, con il testa il sindaco Vito Cessa, seguito dal Giuseppe Nitti, dall’Antonio Manzari, dalla Arianna Zizzo, dal Giacinto Rella, dalla Giovanna Nero, dal Nicola Guerra, dalla Pasqua Borracci e dalla Nica Ferri, credono di potersi accordare alle spalle dei cittadini nelle segrete stanze? Non accettando il confronto con le minoranze all’interno dell’aula consiliare, in che modo i cittadini potranno mai capire gli accordi che hanno portato all’elezione di un presidente del consiglio a scapito di un altro?

Capisco che la Carta di Pisa, tanto voluta da qualcuno che l’amministrazione avrebbe voluto far cadere se non fosse stata approvata, è stata completamente disattesa tanto da divenire un soprammobile scomodo, ma pure la non decenza e il non rispetto nei confronti dei cittadini dobbiamo sopportare?

Nel frattempo le buche sono sempre lì, gli alberi seccano, le scuole in affitto sono, la TARI non si capisce, le ciliegie sono rosse…..

Storie di ordinaria “proprietà privata”.

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Sembrava imminente l’inizio dei lavori per il nuovo Centro Parrocchiale, ma oggi, a distanza di due mesi da quando il Parco Giochi della zona 167 è stato definitivamente chiuso e le chiavi consegnate nelle mani del parroco, a parte i solchi tracciati sul terreno che un giorno ospitavano i campi da calcio, a parte lo smontaggio delle giostrine e a parte la crescita dell’erba nulla più.

E’ un lavoro faticoso tener su la maggioranza.

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Quando si guarda la verità solo di profilo o di tre quarti, la si vede sempre male.

Sono pochi quelli che sanno guardarla in faccia.

(Gustave Flaubert)

L’unico che non riesce a guardarla in faccia, la verità, è il sindaco che continua a voler vestire la fascia senza averne ormai più nessun diritto.

Monta il disappunto e l’indignazione per l’abbandono da parte della maggioranza, in testa il sindaco, (solo questo è un atto di una gravità immane), dell’aula consiliare durante il consiglio comunale del 18 maggio scorso. La maggioranza, non essendo in grado di scegliere al suo interno colei o colui il quale possa rivestire i panni di presidente del consiglio, si alza e va via, così, spudoratamente, nonostante il voto dei cittadini li inchiodi a quelle seggiole.

Senza vergogna.

E sceglie di andar via a consiglio regolarmente iniziato solo ed unicamente per far si che ci voglia un’ulteriore convocazione di consiglio comunale per dilatare i tempi e magari arrivare prima all’approvazione del rendiconto per garantirsi i voti di tutti e 9 i soggetti che siedono in maggioranza prima di scontentarne qualcuno che presidente non è diventato. Una maggioranza che non riesce a dimostrare unità di vedute neanche quando viene chiamata al rilascio di dichiarazioni ad un organo di stampa e l’articolo a firma di Valentino Sgaramella di oggi [21 maggio 2017] su La Gazzetta del Mezzogiorno ne è la prova.

Nicola Guerra, il consigliere di Civicamente che si fa promotore della proposta indecente da portare alle minoranze circa l’unità di intenti fra minoranze e maggioranze per ricercare un nome comune da proporre all’assise, scippato dal capogruppo PD in consiglio che legge il comunicato che fa suo. Certo, richiedere l’unità e la collaborazione da parte delle minoranze quando la maggioranza vive al suo interno dissapori, lotte e guerre non più intestine, sembra una novella del grottesco che neanche il grande Gogol è mai riuscito a pensare. Una maggioranza che si rifiuta, negando la possibilità di aggiornare un consiglio comunale per garantire la presenza dei Revisori dei Conti che a causa dei loro pareri ballerini, avevano compromesso la possibilità di vederci chiaro su quelle cifre a bilancio presentate, oggi chiede collaborazione alle minoranze perché Giuseppe Nitti mai voterebbe  Nica Ferri a presidente una volta che il suo voto è stato determinate per la sua defenestrazione. Ci sarà qualcun altro interessato alla carica, in maggioranza, ma come districarsi fra equilibri che sono compromessi?

Il Cessa sindaco dichiarando che la conferenza dei capogruppo del 4 maggio scorso avrebbe deciso di rinviare la discussione circa la presidenza oltre i 20 giorni dalla decadenza previsti da regolamento e comunque dopo l’approvazione del bilancio e del rendiconto,  dimostra in maniera plateale che il passaggio indenne di questi provvedimenti non è certo semplice. C’è la necessità di tenere a bada e sotto controllo i nove consiglieri di maggioranza e non commettere errori che possano comprometterne la fiducia (in)condizionata; per questo si rimanda e si posticipa.

Un sindaco che lancia «un appello alla minoranza perché collabori all’individuazione di una figura che possa assumere la carica di presidente del consiglio» è un sindaco di fatto non più legittimato al ruolo e dovranno essere le minoranze a capirlo.

La cittadinanza lo ha capito già da un pezzo.

Un sindaco che oggi su una quisquilia, così la definisce Rino Carelli sulla sua pagina facebook la collaborazione delle minoranze a proposito della presidenza, che su problemi ben più gravi ed impellenti, ricordiamo solo il problema acqua, scuole, programmazione, bilancio e tassazione impazzita è andata avanti per la propria strada con quell’unico voto in più, e che mai si sarebbe sognata di chiedere la collaborazione alle minoranze, oggi si ricorda di loro per trovare una via d’uscita a quelle dimissioni in bianco, alla giunta tecnica e alla favoletta del crono programma.

Un sindaco incapace di guardare in faccia la realtà e che continua a giocare alla politica non accorgendosi di quanto poco edificante stia combinando la sua di amministrazione, non merita di sedere a quel banco.

Ci auguriamo solo che quell’abbraccio auspicato fra minoranze e maggioranze e quelle «voci di corridoio che confermano manovre sotterranee nel tentativo addirittura di dar vita ad una nuova maggioranza a partire da questa elezione» [quella della presidenza del consiglio ndr] siano solo ed unicamente voci, ma tutto ci porta a credere che quell’abbraccio ci abbia visto testimoni.

La presidenza del consiglio è a carico delle maggioranze, come è stato negli ultimi decenni, e se dovessimo vedere sedere su quello scranno soggetti diversi dai nove che attualmente consentono al sindaco di guidare l’amministrazione, avremmo la certezza che l’abbraccio si sarà trasformato in un amplesso.

BRIGATE ROSSE – Dalle fabbriche alla «campagna di primavera»

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….. «mi spiega che la DC non è un partito come gli altri [….]

è un insieme di interessi e tendenze che si tengono

attraverso spinte e controspinte ….»

Sono trascorsi 39 anni dal marzo 1978, ed ancora una ventina di appartenenti alle Brigate Rosse sono rinchiusi nelle patrie galere….

Attraverso la desecretazione di migliaia di documenti e fascicoli gli autori Marco Clementi, Paolo Persichetti, ed Elisa Santalena danno vita ad un’indagine storica: Brigate Rosse Dalle fabbriche alla «campagna di primavera», edito da Derive Approdi.

Non si racconta solo la storia delle Brigate Rosse nate  fra la fine degli anni 60 e che le ha viste attive sino agli anni 80, ma si rappresenta anche lo spaccato dell’Italia di quegli anni che non poteva non comprendere anche il rapimento e l’uccisione dell’on. Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana, partito rimasto al potere ed al governo per un sessantennio e più.

Molti dei miti di quegli anni, anche attraverso la capacità di mettere in sequenza documenti, scritti, fascicoli, memoriali, diari sino ad oggi segreti, ci danno la possibilità di capire meglio, con più dati e con riscontri alla fonte, quello che per molti di noi è stato il vissuto di quegli anni.

Era il 16 marzo del 1978 quando un commando di brigatisti, dopo aver ucciso 5 uomini della scorta, rapiva Aldo Moro. Seguirono i famosi 55 giorni di prigionia conclusasi con l’uccisone del presidente della DC ed il ritrovamento del cadavere nella Renault 4 rossa in via Caetani a Roma.

E’ la ricostruzione dettagliata dell’agguato in via Fani, della sparatoria, dei presunti testimoni, del tragitto, del cambio di veicoli e l’arrivo nell’appartamento che diventerà il carcere ed il tribunale del popolo che vedrà soccombere non solo l’uomo Aldo Moro, ma un’intera classe dirigente politica combattuta con le armi.

Molti gli spunti di riflessione che le pagine di questo libro mettono a disposizione del lettore: il Compromesso Storico e l’Eurocomunismo di berlingueriana memoria e la ricerca dell’assenso da parte statunitense affinché il PCI potesse entrare nel governo del Paese. Erano gli anni in cui erano Washington e Londra, attraverso documenti tipo il famigerato Democracy in Italy, a decidere finanche le sorti delle presidenze di possibili commissioni parlamentari che vedessero il PCI al proprio interno. Si racconta anche la fandonia passata per anni come verità assoluta che vedeva Aldo Moro amico dei comunisti tanto da volerli con se nell’esecutivo e dei viaggi di Giorgio Napolitano negli USA tenuti nascosti alla base del partito che non ne avrebbe capito le ragioni. Anche l’ancora poco conosciuto Bettino Craxi che con il suo PSI era per una linea morbida e di accettazione dello scambio di prigionieri ci viene restituita come una proposta fumosa e senza costrutto.

Una politica tutta incentrata sulla DC che attraverso le sue varie anime tenta con ogni mezzo di rimanere avvinghiata al potere che non intende mollare.

Aldo Moro ne rappresenta, con la propria visone e con il proprio agire, l’anima.

Ieri come oggi, le carceri e le condizioni di vita dei carcerati, al centro dell’attenzione dei brigatisti che tentano di scardinare il sistema carcerario e le sue regole ancora oggi, forse, non del tutto costituzionalmente accettabili. Anche all’interno di esse [le carceri] si cerca di impedire possibili proseliti attraverso il carcere duro, con l’isolamento attraverso condizioni di vita inaccettabili, rimangono l’unica arma a disposizione dello Stato di diritto. Anche l’enorme mano d’opera del sud in favore delle fabbriche del nord è il momento storico in cui il proletariato, alzando la testa, rivendica i diritti. Ricordiamo che in quegli anni molteplici furono le leggi a sfondo sociale, quali per esempio quella sull’equo canone e quella sull’aborto.

Eppure, a rileggere oggi quelle che erano le analisi politiche delle Brigate Rosse, si rimane basiti nello scoprire quanto di quelle analisi, partendo dallo SIM, siano diventate oggi parole d’ordine di molti e variegati gruppi europei e non sia di sinistra che di destra.

Ma quello che colpisce, o che almeno mi ha colpito maggiormente in questa ricostruzione storica, è che dal primo momento, sin dalla sua prima lettera, Aldo Moro desideri ardentemente vivere e che non nasconda questo suo desiderio rivolgendo il proprio appello per aver salva la vita nei confronti di tutti: al partito, al segretario di partito Zaccagnini, nei confronti del governo guidato da Andreotti, al capo dello stato e finanche al Papa e all’ONU. Aldo Moro, riconoscendo di vestire i panni di un prigioniero politico tenta disperatamente l’unica arma in suo possesso rappresentata da quella pietas che anche in presenza di una fede così radicata non riuscì a scalfire gli animi di quegli uomini che potevano ma che non fecero. Moro solo a non comprendere le ragion di stato che non avrebbero mai potuto consentire che lo Stato scendesse a patto con un gruppo di terroristi che ne minava le radici. Ma anche la risposta della politica, seppur comprensibile, non trova riscontri oggettivi. All’indomani del rapimento si pensò bene di mettere su i piani Mike e Victor (Moro Morto o Moro Vivo), solo con la consapevolezza e la volontà di  delegittimare gli scritti del presidente della DC che si aveva paura potesse rivelare segreti fondamentali della Repubblica.

Gli esperti grafologi, gli psicologi gli studiosi al servizio della politica, solo per dimostrare che il Moro che scriveva non poteva essere quello conosciuto sino ad allora. L’inculcare nell’opinione pubblica nazionale e non solo, la certezza che quelle lettere erano il frutto di dettature da parte dei carcerieri e che dovevano essere il frutto di farmaci che ne impedivano il libero arbitrio fu una delle uniche occupazioni che il mondo politico riuscì a partorire. Ma fu lo stesso Moro, quando ormai capì che nessuno degli interventi da lui richiesto riusciva a scardinare quel muro di intransigenza, che nella sua ultima lettera lancia il monito finale nei confronti degli amici di partito e della politica tutta. Si dimette da ogni carica presente e futura, chiede di essere considerato come appartenente al gruppo misto, condanna senza appello Zaccagnini e il suo immobilismo da segretario fragile ed incapace di guidare con senso di responsabilità il partito e invita i familiari per un funerale in forma strettamente privata.

Anche a proposito del Papa, massima autorità per un credente, scrive: «Il Papa ha fatto pochino: forse ne avrà scrupolo».

«Quel sangue ricadrà su di voi» assume valenza non solo da un punto di vista umano, ma anche nei confronti di un partito destinato ad estinguersi.

Ma si è estinta veramente la DC?

Pagina nera. Anzi nerissima.

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Le pagine nere e tristi che questa amministrazione continua a scrivere sono ormai innumerabili.

Vista l’indisponibilità del Nitti a votare la Ferri come presidente del consiglio, dopo averla sfiduciata, e vista l’impossibilità della stucchevole maggioranza di trovare un nome su cui poter far quadrato, si preferisce abbandonare l’aula e non continuare un consiglio comunale che avrebbe potuto riservare sorprese non gradite agli equilibri precari della maggioranza.

Sul nuovo o sulla nuova presidente del consiglio si doveva votare.

L’abbandono dell’aula consiliare da parte del sindaco e dell’intera maggioranza è fatto certamente grave su cui si dovrebbe ampiamente riflettere. Una maggioranza in sfacelo su cui il Nitti guerrafondaio prima, ed accondiscendente poi, insieme al fido Guerra, sta agendo in modo determinante con quell’accanimento terapeutico che sta sconquassando non solo la politica del paesello a sud est, ma l’intera collettività che risposte concrete si aspetta. Mentre le scuole languono, mentre le tasse aumentano e le prese di posizione da parte del PD su comitati cittadini spontanei sulla TARI diventano terreno di scontro ipocrita e tardivo, gli uomini e le donne in consiglio giocano a far gli statisti ed i fini politici.

Le maggioranze chiedono comprensione e collaborazione da parte delle minoranze per poter districare il ginepraio in cui si sono cacciate e da cui non sanno venir fuori. Vogliono, le maggioranze, una volta accomodatesi dove meglio gli piaceva, una mano per venir fuori da quelle sabbie mobili in cui si sono cacciate. E così magari vorrebbero che le minoranze convergessero su un nome, di maggioranza naturalmente, al fine di poter dare il benservito alla Ferri, che ancora ci spera, conservando una carica non più nella loro completa disponibilità.

Ci auguriamo solo che le minoranze non cadano nella trappola, ma qualche dubbio cominciamo a temerlo.

Ma possibile che il solo responsabile di tale sfacelo non si sia accorto che la sua presenza non ha mai garantito nessun equilibrio possibile?

Possibile che nessun dubbio l’abbia mai consigliato di abbandonare la spugna e tornare a vita civile?

Sig. sindaco Cessa, Lei non vuol bene né a Casamassima, né ai suoi concittadini.
Torni a casa.

Affitto, fortissimamente affitto, sino a che morte non ci separi.

Saranno contenti sia Libera Casamassima che Civicamente, rispettivamente Giuseppe Nitti e Nicola Guerra, per essere riusciti ad incastrare l’amministrazione Cessa alle sue responsabilità.

Vi ricordate quel crono programma alla base del quale era stato concordato il rientro del Nitti in maggioranza, seguito dal Guerra?

In uno dei punti dell’accordo crono programma si legge:

«Sarà posta primaria attenzione alla risoluzione delle criticità sugli immobili scolastici della Rodari e della Collodi (entro il 31/08/2017) e, nel caso di ritardi, si individueranno soluzioni alternative (entro il 31/05/2017)».

Ed il sindaco non si è fatto attendere.

Oggi, 16 maggio 2017, con ben 15 giorni di anticipo sul termine perentorio del 31 maggio 2017, compresi i sabato e le domeniche, scrive ed annuncia:

«Al termine di questo incontro (si riferisce ad un incontro avuto con la Città Metropolitana di Bari) è stato sottoscritto l’impegno comune a garantire l’utilizzo del Majorana da parte degli studenti delle scuole Rodari e Collodi, plessi oggetto di ristrutturazione, per tutto il tempo necessario alla loro riconsegna».

Ricordate l’esposto del Nitti sulle scuole Rodari e Collodi inviato alla Città Metropolitana? Ma quell’esposto, dell’allora consigliere fustigatore dell’amministrazione Cessa, non serviva per comprendere quanto fosse avvenuto intorno a quei due cantieri ancora fermi?

Ma non doveva servire per trovare una soluzione, sbloccare i cantieri e perseguire le responsabilità?

Non doveva servire per, porre primaria attenzione alla risoluzione delle criticità sugli immobili scolastici della Rodari e della Collodi?

Scoprire oggi che serviva solo per arrivare ad un contratto di affitto per tutto il tempo necessario alla loro riconsegna ci lascia …..

Si, ci lascia tutti….

Per i piccoli cittadini studenti di una scuola dell’infanzia e di una primaria, sballottati con una classe di là e una di qui con quelle 5 un po’ più in là, cosa volete che sia.

Loro i crono programmi mica sanno a cosa servono.

Benvenuto accordo.

Benvenuta giunta tecnica.

Benvenuto crono programma.

Non esiste il gol impossibile: Gioacchino Prisciandaro.

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Furono i 46 gol di Gioacchino Prisciandaro a permettere alla Cremonese, nel giro di due stagioni e dopo 6 anni di inferno nelle serie inferiori, di passare dalla C1 alla B.

Gioacchino Prisciandaro, “Jack lo squartaporte”, com’era affettuosamente soprannominato il barese classe 70 approdato a Cremona nel campionato 2003-2004 che partendo dalla propria area di rigore, si preparava a colpire inesorabilmente ora di testa, ora di sinistro, ora di destro, con potenza o precisione facendo gonfiare la rete avversaria. Attaccante puro, Priscia.

Le bandiere e i cori della Sud salutavano ed inneggiavano al beniamino e quel ricordo, intatto, è rimasto.

E domenica scorsa, come quella lontana domenica del 15 maggio 2005, Priscia era a Cremona per festeggiare con la città ed i tifosi che non lo hanno mai dimenticato, il ritorno della Cremonese in B dopo 11 anni.

E così, dopo aver indossato in grigio rosso la maglia che fu di Gianluca Vialli, arrivato ormai alla veneranda età di 35 anni, gioca ancora con il Palazzolo in D e finisce l’esperienza agonistica, dopo 25 anni di attività nel Casamassima.

Nel suo palmares 7 promozioni, 215 gol ufficiali in campionato tra serie D, C2, C1 e B.

Oggi Gioacchino, gestisce una stazione di servizio a Casamassima, ma non ha dimenticato la sua grande passione. E’ presidente ed allenatore, insieme a Giovanni Terrameo, Enrico Pesce e Giacomo Pirolo della Atletico Casamaxima, centro calcistico di base.

L’unico cruccio per il Priscia goleador è quello di non poter allenare i nuovi campioni qui a Casamassima. Il campo sportivo cittadino, ormai non più utilizzabile da anni ha obbligato Gioacchino a trovare ospitalità presso il campo sportivo di Sammichele di Bari che immediatamente gli ha aperto i cancelli.

«Sarebbe bello allenare a Casamassima», ci dice con una punta di malcelata amarezza.

Gioacchino Prisciandaro, non lo dice, ma è stato per ben due volte capo cannoniere prima della C1, stagione 2003-2004 con 28 gol e poi della C2, stagione 2004-2005 con 18 gol.

S’ì fosse Nitti canterei Patty Pravo.

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Mentre nessuno recrimina sulla scelta di smembrare una scuola con 9 classi lì, 2 là e 5 qua con quell’altra che sempre in affitto al di là rimane e con quell’altra che nel supermercato vive da anni, senza che le responsabilità vengano perseguite e combattute, e senza una lotta continua che possa affrancare le pene, la politica del paesello si interroga su chi potrebbe diventare Presidente del Consiglio Comunale. Volete mettere?

La maggioranza avrebbe voluto sedersi al tavolo per la soluzione dell’affannoso problema dopo l’approvazione da parte del Consiglio del Rendiconto; rimandare tutto a fine maggio si sarebbe potuto fare per procedere alla soluzione dell’arcano, ma la minoranza, non ci sta.

Il giorno 18 maggio è stato fissato il Consiglio Comunale che dovrà eleggere il suo Presidente.

Corsi e ricorsi storici: tutto partì dalla Presidenza ed oggi rieccoci alla Presidenza.

Ma s’ì fosse Nitti, cosa farei?

Non riuscendo a diventare presidente del consiglio, io (il Nitti) che mai avrei assorbito del tutto il colpo, partirei al contrattacco e comincerei quell’opera di disturbo nei confronti del sindaco e dell’intera maggioranza che mi porterebbe inevitabilmente, con un operazione politica senza paragoni, a passare in opposizione.

Cosa che ho fatto egregiamente.

Avete da rimproverarmi qualcosa?

Ricordate le mie interpellanze?

I miei interventi corrosivi?

Le mie filippiche?

Le mie accuse?

Le mie denunce?

Le mie catilinarie?

Ma l’operazione politica non è terminata.

Non avendo ricevuto quella gloria che mi aspettavo, (il costringere il PD alle primarie con la Ferri che “tradita” la causa si “faceva eleggere” dalle opposizioni come prima presidente stretto mi sta), mi sentirei nell’animo di completare l’opera di sgretolamento della politica e degli assetti, e avendo come “complice” un sindaco desideroso di indossare la fascia senza possedere quel quid che un sindaco dovrebbe possedere, lo costringerei alle dimissioni.

E dimissioni furono.

Dimissioni al buio; infatti furono ritirate senza nessun piano programmatico iniziale, costringendolo in seguito, ma molto in seguito, ad accettare quel crono programma velleitario che lo riconducesse a vestire la fascia e che io gli prospettai come unica soluzione possibile.

Fatto.

Ma bisognava ancora colpire e frantumare il PD. E così, con la complicità questa volta dei Civicamente, sempre e solo io, il Nitti,  tirando dal cilindro la soluzione, richiederei il defenestramento degli assessori PD e la conseguente formazione di una giunta tecnica e di esperti che avrebbe dovuto traghettare Casamassima verso porti più sicuri.

(Porti? Traghetti? E che ci sta il mare al paesello?)

Che sia riuscito a frantumare il PD è certamente un merito, dovete riconoscermelo, ma i problemi sul tappeto sono rimasti gli stessi, anzi, sembrano decisamente peggiorati.

L’assistere allo sciogliersi come neve al sole della Lista Cessa per Casamassima, ai ribaltoni prima della Verna & Fortunato, e a quel permissivismo del PD incapace di controbattere la geremiade di una lista familiare, la mia, e della Zizzo che l’abbandona folgorata sulla via per Damasco, non convincono ancora.

Vorrei di più. Voglio di più.

Quando la Ferri è stata sfiduciata è sembrato chiaro a tutti che quel nono voto favorevole necessario alla decadenza fosse mio, giovane Nitti, il solo e l’unico in grado di tener in vita, non solo Cessa e la sua fascia, ma l’intero Consiglio Comunale.

Che faccio ora?

Questo consiglio ora non ci voleva.

Continuiamo, penso io al posto di Nitti, a proporre una presidenza senza lode e senza infamia come quella della consigliera anziana Stefania Verna o cerchiamo un accordo con le minoranze per trovare magari una figura che possa, attraverso un giro di parole come quelle che solo Perry Mason è capace di inventarsi, accontentare tutti e mettere all’angolo anche le opposizioni?

Certo è che quell’occupare ancora il posto delle minoranze pur rivestendo un ruolo determinate in maggioranza, sembra quasi indicare che si potrebbe pensare di me come garante delle minoranze nei confronti della propria maggioranza.

Brutto a vedersi. Decisamente.

Ma sin quando me lo fanno fare perché non approfittare?

Ma continuiamo nella visione, s’ì fosse Nitti.

Convincere le minoranze a intraprendere la strada del candidato condiviso: voti necessari per i primi due scrutini 11; significherebbe portare le minoranze, o parte di esse, a votare per un candidato scelto dalla maggioranza. Certo, imbrigliare le minoranze oppure, con un’altra mossa allargare la maggioranza. Come?

Lavorare ai fianchi parte delle minoranze sarebbe possibile. Questi assessori tecnici non stanno convincendo e se tornassimo per tre quinti di giunta ad una composizione, diciamo partitica? Magari due al PD ed uno a quella parte di minoranza che potrebbe tornare in maggioranza? Mumble…. mumble. Si potrebbe tentare.

Ma torniamo alla presidenza.

Se le prime due votazioni non portassero a nessuna elezione, e sembra accertato, ecco che quel nono voto necessario alla terza potrebbe essere il mio (penserei s’ì fosse Nitti).

Ma su chi convogliare i voti?

Mi spiace tornare sull’argomento, avrei voluto dimenticare quel nome, quella storia, quella delusione che tanta insonnia mi ha procurato, che m’ha fatto male al core,  ma per completare l’opera che ho iniziato più di due anni fa non posso che tornare a lei, la mia acerrima nemica: Nica Ferri.

Prima l’ho sfiduciata servendomi di quella mozione targata minoranze e poi, attraverso un gioco politico astuto, la rimetto in carreggiata con la maggioranza al completo.

Come consacrare un’altra  vittoria da aggiungere sul mio personale palmarès su tutti i fronti se non con il voto favorevole alla Ferri?

Ti butto giù per poi tirarti su, canterebbe la giovane Patty Pravo.

Avrei praticamente vinto su tutti i fronti con una lista composta solo ed unicamente dai miei voti.

Nessun iscritto, pochi partecipanti. Pochi ma pregiati adepti.

Meglio tornare in me stesso. Stare nei panni del Nitti mi mette ansia e mi fa venire un gran mal di capoccia.

Però, pensandoci bene, quella di Patty Pravo sarebbe la colonna sonora perfetta per tutto il percorso politico del Nitti; del trasformismo messo in pratica dal giovane Principe, che terrebbe sotto scacco matto prima il sindaco, poi il PD, poi il Consiglio e poi tutto il paesello a sud est.

Il giovane Nitti, se non ci fosse bisognerebbe inventarlo.

Intanto le minoranze giocano coi soldatini.

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